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Trentacinque anni fa sul “Corriere della Sera” usciva un articolo di Pasolini, critica ad una borghesia ignorante e incapace, che del consumismo aveva fatto un saldo strumento di potere. Scomparse le lucciole è la penna di alcuni scrittori, critici , saggisti, giornalisti a cercare di far luce, ad investigare il buio e a suggerire un barlume. Oggi sembriamo assistere alle dimissioni dal giudizio da parte degli intellettuali, certo in un contesto che lascia loro poco spazio. Un articolo come quello di Pasolini non sarebbe pubblicabile oggi. Il lettore non è abituato ad interpretarlo, non è disposto ad essere educato e il giornalismo si pone al suo stesso livello, diventa vendibile. L’intellettuale si mette da parte o si piega alle logiche del mercato, spesso legate ad un narcisismo imperante tipico dell’estetica televisiva, dove l’importante è apparire. Spesso l’agenda è dettata dalla televisione e il ritmo sostenuto è quello veloce dello zapping.
Quello che a noi interessa è soprattutto l’aspetto culturale del giornalismo, e con esso della modernità.
Essere giornalisti è solo un mestiere da svolgere con la dovuta cautela e obbedienza, accettando il sistema o è una missione specificamente umana dove il giornale diventa il mezzo e non il fine?
È un regime informativo multimediale, il nostro. Le notizie sono propagate su più canali e il lettore o comunque l’interessato si orienta tra i vari media muovendosi in una rete. Struttura che istantaneamente rimanda alla forza che Internet, come mezzo di comunicazione, esercita giorno dopo giorno. Ma si tratta pur sempre di spazi ridotti conformi alla soglia d’attenzione moderna, che raramente sfidano le attuali logiche temporali basate sulla brevità e l’impatto rapido e indolore, non concedendo spazio alla riflessione.
Nella società moderna si è verificata la dilatazione dello spazio, il mondo è entrato in casa nostra con la facilità di un click e la contrazione del tempo che porta al consumo rapido di molte cose in poco tempo.
La domanda che ci poniamo è: i giornali devono elencare le esperienze o sono ancora luogo di riflessione sull’esperienza, intesa nel pieno senso che questa ricopre nella società? Sembra che, sulle pagine dei giornali, la funzione informativa abbia preso il sopravvento su quella orientativa, sebbene la televisione adempia al ruolo di informatrice con risultati soddisfacenti anche se discutibili. Con questo non si vogliono esaltare le opinioni rispetto ai fatti, il giornalismo deve essere sempre obiettivo, ma si vuole notare l’assenza di criticità nel prodotto. L’autonomo giudizio del lettore sarebbe messo in crisi dal prevalere delle opinioni ma l’assenza di criticità rende sterile il destinatario, immune ai quesiti che gli vengono rivolti o che dovrebbero interrogarlo.
Il flusso di informazione rende sazio il lettore trascinandolo, però, in un vortice carismatico che fa perdere di vista l’interpretazione, la presa di coscienza dei fatti oltre che la semplice conoscenza.
Proprio l’abbondanza di notizie, la proliferazione delle stesse su vari canali, suscitando la volontà di leggere, di fatto ne fa perdere la capacità. Ci sentiamo saturi e smettiamo di continuare a cercare, di seguire un ragionamento o un dibattito. Quei dibattiti che dalle pagine dei giornali si sono trasferiti nei salotti televisivi, dove la critica è soprattutto polemica. E la polemica è spesso segno di dipendenza e subalternità.
La colpa è sicuramente da imputare a più fattori. Il giornale, si sa, è un prodotto della negoziazione tra le fonti di informazioni pubbliche o private, i mediatori e quindi le organizzazioni giornalistiche, il pubblico dei riceventi. I primi due attori si mescolano insieme nel nome del marketing, ossessionati dalla dea pubblicità col fine di tendere al lettore, non più soggetto che compra (il giornale) ma oggetto da comprare per aumentare la vendita e gli introiti pubblicitari. In secondo piano sono passati la qualità dei reportage o delle inchieste, il prestigio dei collaboratori, la finezza degli elzeviri. Il nostro Paese ha vissuto una rivoluzione culturale attraverso la tv, soprattutto da quando la televisione associata alla pubblicità è divenuta un settore con valenze industriali e con investimenti finalizzati a ritorni di natura economica. È divenuta impresa con tutte le conseguenze legate al suo Impresario. Il destinatario è il consumatore. La stessa logica non è estranea ai giornali.
Giorgio Bocca parlava, agli inizi degli anni Novanta, di due fabbriche che si univano: la fabbrica delle notizie e quella dei profitti. Il giornale diventa un prodotto industriale, attento alle logiche del mercato. La responsabilità sociale di questo strumento è posta in stato di subalternità. Rispetto al prodotto “pre-industriale” cambiano il processo, il risultato e certamente anche i lettori. Il pubblico oggi, è abituato al linguaggio della pubblicità, alla serialità televisiva, al meccanismo dei reality; non solo abituato ma ormai avvezzo e dipendente. Ogni testata deve tenere conto dei meccanismi o dei processi attraverso i quali si struttura l’opinione pubblica, oggi manipolati dalla televisione. Non tenerne conto significherebbe auto escludersi da un orizzonte d’interesse. A dettare l’agenda spesso è la televisione, l’editoria è attenta a non perdere il passo. Lo stesso processo avviene in libreria, dove gli scaffali si popolano di personaggi “sgarbati” e attacchi da “vespa”, peraltro poco velenosi.
È certamente vero che in Italia non si può parlare di un unico giornalismo ma di vari e diversi giornalismi. In questa sede non ci interessa analizzare il processo che ha portato all’industrializzazione di questi settori che dovrebbero avere una prerogativa sociale piuttosto che economica. Per tutto questo in Italia c’è un’espressione, come ha detto George Steiner, il berlusconismo. Un nuovo fascismo, quello del denaro, del filisteismo e dei media, appunto.
In quest’occasione ci si vuole invece domandare il ruolo dei lettori o dei consumatori, seppure nella sua accezione negativa. E il ruolo degli intellettuali, dei giornalisti interessati al dibattito sulla società in tutta la sua complessità. La preghiera laica del mattino, funzione che Hegel attribuiva alla lettura del giornale, è perlopiù rassicurante e semplificatrice piuttosto che stimolante e riflessiva.
Forse ci sarebbe bisogno di più critica.
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