Legalizzazione, l’esempio del Portogallo
20 gennaio 2017 – 17:57 | Nessun commento

Se il termine “legalizzare” significa regolamentare, controllare e vigilare, allora, sono pienamente d’accordo sulla legalizzazione delle droghe leggere. Ad onor del vero, sono stato e sono tuttora favorevole ad un’azione volta a rendere legale, sotto il controllo diretto dello Stato, la vendita e la coltivazione della cannabis e dei suoi derivati per scopi terapeutici. Il concetto di legalizzazione che intendo io, implica una “libertà condizionata” nella produzione e nella vendita delle sostanze leggere e non di certo la nascita… Read more

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Tesoro, mi si è ristretto il quotidiano: i velocisti della lettura

Scritto da – 24 marzo 2016 – 11:48Nessun commento

slowreadingHa solo poche settimane di vita, il nuovo quotidiano proposto dalla casa editrice britannica Trinity Mirrors, la stessa del rotocalco nazionale Daily Mirror. Già il nome della testata promette una ventata di aria fresca, di novità, idealmente da leggersi con un bel bicchiere di spremuta fresca, per pareggiare cromaticamente il turchese acceso in prima pagina: questo è il New Day. Cosa rende tanto speciale questa neonata tiratura? Sicuramente il prezzo di lancio competitivo (appena 20 pence), che lo rende attraente agli occhi di chi non vuole spendere ogni giorno 1,50-2 sterline per tenersi informato. Ma ciò che più caratterizza il giornale è il suo particolare formato, che permette una lettura estremamente scorrevole e veloce, in modo da riuscire in circa mezz’ora – un’ora di tempo ad avere un briefing completo dell’ordine del giorno, a partire dalle notizie di importanza internazionale per terminare ai pettegolezzi. Un ritrovato di prodigioso ingegno per tener aggiornato anche chi non riesce a trovare il tempo di leggere.

Ma è davvero così innovativa questa testata? Non proprio. Questo giornale segue semplicemente l’onda del crescente bisogno di notizie, in quantità eccessive e per la quasi totalità caratterizzate dalla completa mancanza di approfondimento e di qualità. Se già la costola dell’Independent (altro popolare quotidiano britannico, prossimo alla chiusura dell’edizione stampata – ndr), il quotidiano “i”, aveva cercato di creare un foglio molto più vicino alle interfacce legate alle notizie online, il New Day si limita ad accentuare questa tendenza a suggerire titoli schematici e parole chiave e a portarle su carta senza dare, però, uno sviluppo critico degli argomenti trattati.

La rivoluzione editoriale ha ovviamente investito anche il mondo dei libri. Virtualmente eredi dei vecchi estratti dei romanzi della Selezione del Reader’s Digest, popolare in Italia negli anni ’40, nel dicembre scorso hanno fatto la loro comparsa i “Distillati”, collana edita da Centauria: voluminosi tomi best-seller stritolati, centrifugati fino all’essenziale, ridotti a meno della metà del loro primitivo volume. Lasciando da parte le dispute sulle motivazioni che inducono editori ed autori di suddetti romanzi ad approvare un così brutale ridimensionamento, questo processo di compressione dovrebbe far scattare un campanello d’allarme. Se da una parte è essenziale che in alcuni casi la letteratura si avvicini alle esigenze di massa per poter essere fruita e per poter, innanzitutto, portare un arricchimento culturale laddove non potrebbe arrivare altrimenti, rimane da chiedersi se sia necessario modificare le opere già esistenti per poterle rendere più digeribili. In riferimento al tempo di lettura, esistono già storie brevi, che non necessitano sicuramente di essere ritagliate e che vengono quindi restituite al lettore nella loro bellezza (o meno) originale. Inoltre, la progressiva semplificazione dei testi vanifica il ruolo educativo che queste hanno a livello sociale: da strumenti per poter allenare il cervello e soprattutto per ampliare un bagaglio di conoscenze personali, queste letture non diventano altro che impressioni, lievi, incapaci di essere significative in qualche modo alla persona, uscendo per altro anche dalla sfera dell’intrattenimento.

Questi nuovi format riflettono infatti quello che è un modo di porsi sempre più bulimico e avido nei confronti delle notizie. Il principale problema di queste scelte editoriali (e, ovviamente, commerciali), sta nel fatto che portano alla creazione di una classe di lettori-per-forza: non si spingono le persone ad amare un libro ed in generale a godere del piacere della lettura, ma alla famelicità ed ingordigia di contenuti che non verranno veramente interiorizzati e che saranno, di conseguenza, una mera perdita di tempo. Certo, la possibilità di accedere ad informazioni pressoché illimitate ci pone inevitabilmente davanti a quella spinosa questione della scelta, che nella maggior parte dei casi eviteremmo ben volentieri. Dove internet è diventato un potente strumento di arricchimento e conoscenza, ha però fatto strada alla deleteria perdita della cognizione e dell’imprescindibile ruolo educativo della parole.

In aperto contrasto con questa tendenza si sono posti movimenti di lettori, come Slowreading che, prendendo anche in considerazione la transizione digitale come inevitabile ma non necessariamente maligna, invita le persone a ritrovare il ritmo lento di lettura. In alcune parole prese dal manifesto si dice: “Vale la pena salvare lo Slow reading dall’estinzione perché, se il Fast reading nutre il nostro bisogno di informazione, esso da solo non basta per il nostro nutrimento spirituale, per la formazione di ciò che siamo in consapevolezza e libertà”. Al 2013 risale inoltre un’interessante pubblicazione di David Mikics, Professore Emerito all’Università di Houston: si tratta di Slow Reading: leggere con lentezza nel tempo della fretta (in Italia edito da Garzanti), in cui l’autore sprona il lettore a riappropriarsi del proprio tempo e della voglia di leggere, attraverso una serie di consigli pratici.

È quindi riconquistando i propri tempi di lettura che si può arrivare a debellare la lettura prettamente passiva, talvolta utile ma nella maggior parte dei casi sterile e priva di quelle qualità che invece si trovano nella lettura attiva e ragionata. Ed è appunto sfruttando questo canale che possiamo creare il nostro spazio di libertà e la nostra consapevolezza di ciò che ci circonda. Tentando di sfuggire a quelle parole che altro non sono che immagini che si affollano, spesso senza senso, davanti ai nostri occhi, private di ogni significato e, spesso, del loro compito primitivo: comunicare un messaggio.

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