Legalizzazione, l’esempio del Portogallo
20 gennaio 2017 – 17:57 | Nessun commento

Se il termine “legalizzare” significa regolamentare, controllare e vigilare, allora, sono pienamente d’accordo sulla legalizzazione delle droghe leggere. Ad onor del vero, sono stato e sono tuttora favorevole ad un’azione volta a rendere legale, sotto il controllo diretto dello Stato, la vendita e la coltivazione della cannabis e dei suoi derivati per scopi terapeutici. Il concetto di legalizzazione che intendo io, implica una “libertà condizionata” nella produzione e nella vendita delle sostanze leggere e non di certo la nascita… Read more

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Oliviero Beha ed Orizzonte alla Sapienza di Roma

Scritto da – 3 settembre 2010 – 05:5632 commenti

Il 19 Aprile, Orizzonte Universitario ha ospitato, presso l’università La Sapienza di Roma, Oliviero Beha. Il titolo della conferenza: «Da cittadini a telespettatori, il vuoto intellettuale di una società il declino». Oliviero Beha, come si può leggere già  sulla copertina del suo libro «I nuovi mostri», sostiene che la democrazia è attualmente svenuta. Democrazia, come sappiamo, significa governo del popolo ma, se ci interroghiamo su quale sia il ruolo che il cittadino è chiamato a ricoprire oggi, ci accorgiamo che, se non è nullo, è quanto meno passivo.  Il livello di partecipazione del cittadino nella società contemporanea è mediato dai mezzi di comunicazione, il suo attivismo viene misurato secondo i meccanismi dell’auditel. Può certo esprimere il suo gradimento o il suo rifiuto ma solo con la potente arma del telecomando. E sempre al di là di uno schermo.

La nuova agorà mediatica può fingersi luogo di discussione e dibattito, luogo in cui maturare e far crescere l’opinione pubblica, ma forse bisogna accettare che altro non è che una piazza affari, un mercato politico, dove il cittadino viene sedotto, comprato e rivenduto, con i relativi problemi dell’inflazione e dei cambi di stagione. L’opinione pubblica è strumentalizzata, basti vedere i sempre più numerosi sondaggi o la tv interattiva: è politicizzata o, come direbbe Bordieu, “l’opinione pubblica non esiste’’.

Al tempo di Craxi, Forlani, Andreotti, al tempo di tangentopoli quindi, i media ebbero funzione di ‘ghigliottina elettronica’, di forte denuncia, di informazione per l’opinione pubblica che si dimostrò scandalizzata. Quest’ultima oggi ha perso il proprio valore democratico, la forza dell’indignazione. È diventata opinabile. 

Lo spettatore al di là dello schermo, in attesa sugli spalti, convintosi della sua necessaria presenza, in realtà non si è accorto di essere solo un complemento accessorio. La sua presenza è passiva, tutt’al più può caldeggiare per l’una o l’altra fazione… come se stesse guardando la partita. Gli italiani si ritrovano nel calcio perché sono un popolo di spettatori – dice Beha – e la passività si esprime nel tifo, appunto. Il disinteresse del cittadino, l’apatia che sempre più si trasforma in rassegnazione, è dovuta probabilmente all’organizzazione mediatica.

 All’interno dei media il discorso si sviluppa secondo una struttura comunicativa ma non referenziale: il messaggio è semmai autoreferenziale, indirizzato ai soli addetti ai lavori. Il fatto stesso che la politica si svolga davanti alle telecamere è significativo di tale processo. L’estrema spettacolarizzazione, quella che ha reso noti i fatti privati dei governanti all’intero popolo come non era mai successo, è un’illusione voyeuristica. Di fatto non c’è un accrescimento dell’informazione; si tratta solo di uno specchio per le allodole, un abbaglio per gli astanti ingenui. Ecco, allora, che si esprime il passaggio dalla funzione di cittadino a quella di telespettatore e proprio nel momento in cui i media mostrano di voler coinvolgere più intensamente il pubblico, quest’ultimo perde la propria capacità di influire politicamente. L’autoreferenzialità, inoltre, fa si che gli addetti ai lavori, coloro che attraverso i media dovrebbero comunicare, mediare appunto, siano coinvolti in dinamiche interne.

Le notizie o più in generale le trasmissioni vengono modellate con un occhio teso al lavoro degli altri, ai palinsesti delle reti avversarie o alle linee guida di tale direttore di giornale. I criteri di “notiziabilità” che dovrebbero essere dedotti dalle richieste del pubblico in realtà derivano da allineamenti interni. Al di là dei casi di censura e di manipolazione dell’informazione, con uno sguardo più attento, potremmo scoprire anche situazioni di auto-censura, ossia di rinuncia agli ideali, sfinimento, assuefazione, assimilazione al sistema. Questo porta ad una involuzione del sistema stesso, alla chiusura verso l’esterno, allo scadimento della democrazia. Proprio in questa riflessione si annida la domanda: “dove sono gli intellettuali?”

Mentre appare chiaro che sono i media a situarsi tra l’opinione pubblica e la classe dirigente, si fa più pressante la necessità di uomini di cultura che adempiano tale compito. Il valore dell’intellettuale dovrebbe fornire un contrappeso democratico all’esercizio del potere. D’altra parte, infatti, la politica si connota perlopiù come gestione del potere che non come svolgimento di un servizio.

Ciò che è accaduto storicamente nell’ultimo ventennio del secolo non è stato il rafforzamento dello Stato ma al contrario una colossale deregolamentazione, che ha portato allo sviluppo della competitività dei mercati e all’indebolimento delle istituzioni pubbliche e con esse si è persa la funzione educativa della Repubblica e la preoccupazione per il benessere del cittadino.

L’Italia è principalmente un giacimento culturale, adeguarsi a modelli basati sul profitto economico in termini di competitività e concorrenza significa indebolire il proprio punto forte.

È certamente sbagliato affermare che oggi non ci sono più gli intellettuali. È più giusto dire che non sono visibili e nella società dello spettacolo chi non è disposto a pubblicizzarsi viene tagliato fuori.

Come ha sostenuto Oliviero Beha durante la conferenza, mancano gli intellettuali riconoscibili. Manca l’immagine. Quell’immagine che è ormai necessaria nelle relazioni sociali. Lo stesso riconoscimento del potere è basato sul meccanismo delle immagini; nel medesimo modo in cui la fama è il metro di giudizio per il raggiungimento del benessere.

Ma tutto è fragile e, prima fra tutte, la consapevolezza individuale del cittadino. Costretto a contemplare non può essere altro che uno spettatore, anzi, ancor peggio, un telespettatore.

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