Legalizzazione, l’esempio del Portogallo
20 gennaio 2017 – 17:57 | Nessun commento

Se il termine “legalizzare” significa regolamentare, controllare e vigilare, allora, sono pienamente d’accordo sulla legalizzazione delle droghe leggere. Ad onor del vero, sono stato e sono tuttora favorevole ad un’azione volta a rendere legale, sotto il controllo diretto dello Stato, la vendita e la coltivazione della cannabis e dei suoi derivati per scopi terapeutici. Il concetto di legalizzazione che intendo io, implica una “libertà condizionata” nella produzione e nella vendita delle sostanze leggere e non di certo la nascita… Read more

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The Brussels Business: le lobbies al cinema

Scritto da – 14 novembre 2013 – 15:2875 commenti

“Le persone non capiscono cosa sia l’Unione Europea o come sia governata, non conoscono le persone che la gestiscono; sanno solo che non sono stati scelti da loro. Quindi, quando vedono gli effetti e si chiedono -“ Di chi è la colpa?”, non sanno di chi sia la colpa, perché non hanno idea di chi siano queste persone.” (Keith Richardson, Segretario Generale ERT 1988-1998) . Queste parole mi hanno colpita: l’Unione Europea, soprattutto da quando siamo entrati in crisi, è onnipresente nella nostra vita. Ormai aleggia costantemente nei programmi politici e nelle polemiche sulla sua influenza nella vita nazionale. Insomma, ormai sembra diventata, nel bene o nel male, il nostro pane quotidiano. Eppure rimane un’istituzione lontana; anzi, più che lontana, quasi impalpabile. Ancora oggi il cittadino medio, sebbene si siano fatti grossi passi avanti per quanto riguarda l’informazione negli ultimi anni, non percepisce i meccanismi che regolano quell’organizzazione che influenza un buon 70-80% delle politiche interne degli Stati membri. Quanto noi diretti interessati conosciamo davvero l’Unione Europea?

È con quelle stesse parole che si apre il film- documentario di Matthieu Lietaert e Friedrich Moser, “The Brussels Business”, presentato al Millennium Documentary Film festival di Bruxelles nel maggio dello scorso anno. Un occhio che si infiltra nei meccanismi non pervenuti ai più che muovono la macchina Unione Europea. Le lobby viste da entrambe le parti della barricata: in una troviamo chi, inciampando sulla sua strada di attivista, ha intravisto una botola sotto la quale stavano gli ingranaggi nascosti che regolano il sistema e si è trasformato in watchdog dei lobbisti. Dall’altra chi, affascinato dal loro potere lascia un ottimo lavoro per gettarsi in questo mondo e non vede niente di marcio; il suo lavoro, alla fine,“è solo networking, è solo contatto tra esseri umani”.

La prima voce è quella di Olivier Hoedeman, che negli anni ’90 passa dall’essere un ambientalista militante ad uno dei maggiori critici delle lobbies europee e oggi uno dei membri della Corporate Europe Observatory (CEO), un’organizzazione no-profit che si muove per combattere gli eccessi di potere delle lobby. Il controcanto invece è la storia di Pascal Kerneis, amministratore delegato dell’European Services Forum (ESF), gruppo di pressione che rappresenta circa l’80% delle industrie dei servizi (e che vale metá del Pil UE) e fortemente legato anche alla WTO(World Trade Organization); da un impiego alla Commissione Europea si butta nel mondo delle lobby. Kerneis, e con lui altri intervistati all’interno del film, è l’occhio che guarda dall’interno lobbies verso il mondo esterno: “Tutti credono che i legislatori siano le istituzioni, e le istituzioni nell’Unione Europea sono la Commissione, il Consiglio dei Ministri e il Parlamento Europeo”- spiega -“ma esiste anche un altro mondo dietro a tutto questo e riguarda i modi di influenzare le istituzioni: come redigere un testo, dare una buona idea, proporre emendamenti, cercare di ritrovarsi nei testi a seconda degli interessi che le persone vogliono portare avanti.” Lo seguiamo mentre gira per le strade di Bruxelles (e,in seguito, di Jakarta) nella sua nera, silenziosa vettura; è interessante notare la sua naturalezza nel vedere il suo lavoro come a quello di un semplice facilitatore, e il suo (apparentemente) sincero sgomento davanti ai movimenti no-global che con le loro manifestazioni gli impediscono di svolgere il suo lavoro. Si può stare al gioco (se di gioco si può parlare) o si può sorridere. Allo spettatore la scelta.

Il colosso che da subito emerge tra i grandi burattinai è l’ERT: European Round Table of Industrialists, un’organizzazione composta dai vertici dalle più grandi aziende europee (che si ritrovavano abitualmente in posti rustici e un po’ fuori mano come il Teatro alla Scala di Milano e simili), in cui il nostro ambientalista olandese inciampa da giovane, negli anni ’90, mentre lotta contro la costruzione di una nuova autostrada nel sud della Francia. Cercando tra archivi e scartoffie viene a conoscenza di progetti riguardanti proprio quella stessa autostrada; progetti che investono l’Europa su larga scala. Casualmente dietro a questa costruzione vi sono magnati dell’industria petrolifera ed edile. E da qui si apre un mondo; questo meccanismo che inizialmente poteva apparire legato solo a un singolo caso si espande sotto gli occhi di Hoedeman a macchia d’olio. Da allora il suo ruolo e quello di molte altre persone è tenere a freno l’influenza delle industrie all’interno del processo legislativo. E tener d’occhio cosa si cela sotto alle apparenze. Il lavoro della CEO è molto importante, il loro sito è estremamente interessante per chi vuole approfondire le proprie conoscenze sull’UE senza rimanere sempre fermo alle solite nozioni scolastiche. Una loro simpatica creazione è la guida “Lobby Planet”: “Brussels: The EU Quarters”, una vera e propria guida turistica al mondo della Bruxelles delle lobby, con tanto di mappe e tour preimpostati per la città.

Da quell’iniziale intuizione parte una serie di ricerche che ci svelano le collaborazioni tra istituzioni e lobbies attraverso gli anni ’90 per arrivare ai giorni nostri, da dove siamo partiti. Un’analisi del fenomeno lobby che il film si propone di produrre senza sbilanciarsi troppo (anche se alla fine le lobby emergono irrimediabilmente come il cattivo della situazione) tentando di svelare senza lanciare accuse eccessivamente pesanti. L’equilibrio non viene rispettato del tutto ma nemmeno viene stravolto: non vi è neanche una presa di posizione eccessivamente forte e critica; alla fine documenti e fatti sono messi sul tavolo, gli intervistati sono a loro modo equilibrati.

Questo documentario contiene anche una bella frecciata verso i media, che non riescono a raccontare l’Unione Europea a 360 gradi ma solo le sfaccettature che più fanno comodo (probabilmente a chi detiene il quarto potere), si prestano troppo alla strumentalizzazione e non si fanno intermediari disinteressati tra UE e cittadini; alcune testimonianze, prove prodotte dalla CEA o dai critici delle lobby non vengono prese in considerazione come materiale di divulgazioni, non sono o non vogliono essere una miccia per far esplodere polemiche.

In tutto ciò ci possiamo godere un excursus architettonico di una Bruxelles a volo d’uccello; il Parlamento Europeo è ripreso da ogni angolatura possibile e immaginabile, come una corazza che tende ad escluderci, tenerci lontani e che nasconde sotto le vetrate apparentemente limpide un meccanismo da orologio di precisione. Una città cupa e grigia, dove il quartiere delle lobby appare immenso.

Questo film è stato creato per presentarsi quasi come un legal thriller, tentativo sfortunatamente non troppo riuscito; la colonna sonora e il ritmo incalzano, ma dove si riesce a rendere più vivo e godibile quello che comunque resta un documentario, la suspense non riesce a salire. L’interesse per la sfida lanciata dalla tematica centrale, più unica che rara per una pellicola, scatta subito nello spettatore. Ammirevole il recupero di immagini di repertorio di vecchi summit degli anni ’80-’90, che ci portano più concretamente indietro nel tempo durante la visione, e l’archivio di documenti presentato; anche attraverso quelle pagine e quelle frasi che scivolano sullo schermo siamo concretamente partecipi delle vicende e non solo ascoltatori lontani di una storia vuota. Una storia ricca di spunti per farsi delle domande e per approfondire quella piccola conoscenza che abbiamo dell’Unione. Approfondimenti che però vanno fatti oltre al film. Se la visione infatti semina una serie di domande e curiosità, non è in grado di rispondervi del tutto, lasciando quel vuoto che può spingere all’autodidattismo o… alla resa.

Purtroppo, anche davanti a questi anni particolarmente propizi ai film-documentario a livello internazionale, dalla lunga lista di film firmati Michael Moore al neo-Leone d’Oro Sacro Gra, questa pellicola ha avuto un lancio meno amplificato. Al momento del lancio, presentazioni all’estero e in Italia hanno fatto il tutto esaurito, ed è diventata molto popolare sia in Belgio che in Austria, ma è molto più difficile da reperire negli altri stati europei (non esiste una versione in italiano e anche se a suo tempo fu presentato anche da noi, è possibile guardarlo solo in inglese, online o ordinando il dvd). In poco tempo, quello che poteva essere un prodotto di successo e anche un importante mezzo di divulgazione di tematiche troppo poco conosciute, ha esaurito l’energia e la sua diffusione si è arrestata. Questo, ahimè, non è un bel segno. Si spera nel futuro, e nella speranza che questo messaggio non rimanga troppo a lungo sommerso.

 

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