Legalizzazione, l’esempio del Portogallo
20 gennaio 2017 – 17:57 | Nessun commento

Se il termine “legalizzare” significa regolamentare, controllare e vigilare, allora, sono pienamente d’accordo sulla legalizzazione delle droghe leggere. Ad onor del vero, sono stato e sono tuttora favorevole ad un’azione volta a rendere legale, sotto il controllo diretto dello Stato, la vendita e la coltivazione della cannabis e dei suoi derivati per scopi terapeutici. Il concetto di legalizzazione che intendo io, implica una “libertà condizionata” nella produzione e nella vendita delle sostanze leggere e non di certo la nascita… Read more

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REMS, verso la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari

Scritto da – 27 aprile 2015 – 15:59Nessun commento

ospedale-psichiatrico-giudiziarioLa società, per assecondare il suo naturale istinto di autoconservazione, ha da sempre emarginato e respinto i soggetti che avrebbero potuto danneggiarla, sovvertendo le regole che tutti i suoi componenti hanno stabilito e accettato di seguire. Primi tra tutti sono i criminali. Al secondo posto ci sono quelli che comunemente vengono definiti matti, pazzi, svitati. Nel momento in cui queste due categorie vengono a sovrapporsi e coincidere, la repressione è massima, e la paura che un folle, in ragione della sua distanza siderale dalle regole della comunità, possa porre in pericolo i consociati porta gli stessi a rinchiudere coloro i quali avrebbero maggiormente bisogno di aiuto per poter trovare il loro spazio nel mondo in istituti che spesso non sono altro che anticamere terrestri dell’inferno, nei quali gli psicotici devono scontare la loro doppia pena.

Dai primi anni 60 dello scorso secolo la luce del comune senso di umanità si è accesa sul problema di quelli che erano definiti manicomi, in cui i criminali non in possesso delle loro facoltà mentali o i soggetti ritenuti socialmente pericolosi venivano reclusi per periodi di tempo indeterminati, sottoposti a trattamenti che non avevano nulla a che vedere con il fine giuridico della risocializzazione o quello medico della cura della malattia mentale. Terre di nessuno in cui le condizioni di vita erano ai limiti della decenza, talmente precarie da invocarne da più parti la chiusura. Negli anni 70 venne approvata la legge che aboliva tali istituti, sopprimendo i manicomi definitivamente, istituendo però al loro posto gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Come spesso accade nel Bel Paese, si è solo cambiato nome mantenendo identico il problema di fondo.

La questione è stata posta anche più recentemente con riguardo alla specifica norma al codice penale: l’articolo 222 infatti prevede che “nel caso di proscioglimento per infermità psichica o per intossicazione cronica da alcool o da sostanze stupefacenti, o per sordomutismo, è sempre ordinato il ricovero dell’imputato in un ospedale psichiatrico giudiziario”; nel 2003 la Corte costituzionale è intervenuta in materia definendo illegittima la parte di tale articolo che non consente al giudice di adottare, in luogo del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario una diversa misura di sicurezza, idonea ad assicurare adeguate cure all’infermo di mente e a far fronte alla sua pericolosità sociale.  Il ricorso a questo strumento ibrido di repressione e cura deve essere considerato quindi come extrema ratio nell’applicazione di qualsiasi misura di sicurezza, proprio in ragione dell’alienazione alla quale è sottoposto il soggetto che vi entra, tipica delle realtà totalizzanti. A seguito di alcune indagini parlamentari che attestavano l’estremo degrado delle condizioni di vita dei soggetti ospiti di queste strutture, è stata emanata una legge che ne prevedeva la chiusura entro il 31 marzo 2013. Questa data però è stata posticipata ben due volte, l’ultima con decreto del Presidente della Repubblica che l’ha fissata al 30 aprile 2015.

Attualmente sono operativi 6 ospedali psichiatrici giudiziari che ospitano poco più di 700 persone, che hanno commesso un reato e non sono in possesso delle loro facoltà mentali o che sono state riconosciute socialmente pericolose. Il progetto a cui mira la legge di riforma è quello di trasformare gli ospedali in “Residenze per l’Esecuzione della Misura di Sicurezza” e di scorporarle dalla competenza del Ministero della Giustizia per affidarli interamente al Ministero della Salute, avendo come obiettivo la sola cura del malato di mente. Si è anche intenzionati a far passare il controllo di tali centri dal governo centrale alle singole regioni, con l’idea di averne in ognuna delle 20. I REMS dovrebbero occuparsi delle 450 persone che non saranno dimesse o affidate alle famiglie, soprattutto delle 130 che attualmente non hanno alcun tipo di sostegno familiare o sono stranieri immigrati. Solo il centro di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova, verrà completamente riconvertito in Residenza, mentre per la costruzione degli altri sono stati stanziati fondi statali per circa 170 milioni. Si mira a costruire strutture che possano ospitare pochi pazienti per volta, circa una ventina, in modo tale che il trattamento loro riservato per la cura della malattia mentale possa essere eseguito con maggior efficacia, avendo cura delle necessità dei singoli pazienti.

Proprio l’attenzione verso il singolo ha anche portato ad affermare l’incostituzionalità di una pratica quale quella del cosiddetto “ergastolo bianco”, ossia la sottoposizione alla misura di sicurezza dell’ospedale psichiatrico (ma anche di tutte le altre misure detentive) per un tempo anche molto maggiore rispetto a quello della pena massima, poiché il soggetto non riesce a ottenere i requisiti necessari per sciogliere positivamente il giudizio di pericolosità sociale.

L’argomento è sicuramente dei più ostici, poiché interseca al suo interno l’espiazione di una pena per un reato commesso e la incapacità del soggetto di essere presente a se stesso, o comunque di seguire le regole per la corretta convivenza che la società gli richiede. La speranza per il futuro è quella di avere una attenzione maggiore nei confronti di queste persone, incentivando il loro recupero sociale anche attraverso l’attivazione di una serie di strumenti, accanto a quello terapeutico, che consentano loro di poter finalmente tornare a far parte del mondo che li circonda.

Chiara Cataldo


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