Legalizzazione, l’esempio del Portogallo
20 gennaio 2017 – 17:57 | Nessun commento

Se il termine “legalizzare” significa regolamentare, controllare e vigilare, allora, sono pienamente d’accordo sulla legalizzazione delle droghe leggere. Ad onor del vero, sono stato e sono tuttora favorevole ad un’azione volta a rendere legale, sotto il controllo diretto dello Stato, la vendita e la coltivazione della cannabis e dei suoi derivati per scopi terapeutici. Il concetto di legalizzazione che intendo io, implica una “libertà condizionata” nella produzione e nella vendita delle sostanze leggere e non di certo la nascita… Read more

Leggi l'articolo completo »
Società

immersione esistenziale del tessuto del sociale

Politica

Dagli alti ideali ai bui sottoscala del Parlamento. Spaccato sulla sfera Politica di una Italia in declino

Scuola e Università

Vita tra le mura d’Ateneo: l’orizzonte universitario

Cultura

Arte, Musica, Letteratura. Dalle Humanae Litterae, il pane dell’Anima

Informazione

Dalla televisione alla carta stampata. Le mille sfumature del giornalismo.

Home » Informazione

Trivelle sì, Trivelle no: il referendum abrogativo del 17 aprile

Scritto da – 4 aprile 2016 – 11:56Nessun commento

trivelle Il referendum sulle trivelle è alle porte. Tra meno di un mese gli italiani potranno decidere di andare a votare per abrogare parte di una legge che rinnova alcune delle concessioni per l’estrazione di gas e petrolio entro le 12 miglia marittime, fino all’esaurimento dei giacimenti. Ma facciamo un passo indietro. Prima di spiegare nel dettaglio il quesito referendario, vorrei soffermarmi per alcune precisazioni sull’istituto del referendum. Innanzi tutto il referendum del 17 aprile è abrogativo, come previsto dall’articolo 75 della Costituzione italiana. Rispondere sì al quesito permette di abrogare una parte o la totalità di una legge o di un atto avente forza di legge. Nel caso specifico votando sì, si cancella una norma che permette il rinnovo, alle società petrolifere, della concessione ad estrarre gas e petrolio per un periodo illimitato di tempo ed entro le 12 miglia marine dalle coste italiane. In secondo luogo è previsto un quorum da raggiungere per la validità del referendum: devono esprimersi la metà più uno degli aventi diritto di voto. L’astensione si oppone alla riuscita del referendum in modo maggiore rispetto al voto negativo, dal momento che rende più difficile il raggiungimento di questo quorum. Non aiuta quindi la scelta governativa della data: poteva essere accorpato alle elezioni amministrative o al referendum costituzionale di ottobre ma è stato deciso diversamente. A proporre il referendum sono stati i 9 consigli regionali di Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto, i quali hanno sostenuto le istanze del coordinamento No triv che ha raccolto 160 associazioni per gran parte ambientaliste.

Inizialmente i quesiti proposti erano sei, tutti ritenuti ammissibili dalla Corte Costituzionale. Molte richieste intendevano abrogare norme del decreto governativo “sblocca Italia” ma sono state recepite dalla legge di stabilità 2016 dello scorso novembre. È rimasto dunque un unico quesito che, come è già stato spiegato, interessa le concessioni di estrazione di gas e petrolio comprese nelle 12 miglia di mare al largo delle coste italiane. La richiesta espressa è quella di abrogare la frase “per la durata di vita utile del giacimento” relativa al rinnovo delle concessioni. Eliminando tale frase, alla scadenza dei termini del contratto già stipulato, tali concessioni non saranno rinnovate. 

Numericamente il provvedimento riguarderebbe 135 piattaforme tuttora attive, secondo quanto reso noto dal ministero per lo sviluppo economico, ma le concessioni interessate sono una quarantina in quanto ognuna comprende più piattaforme, come ha spiegato Enzo di Salvatore, professore di diritto costituzionale all’università di Teramo, intervistato da Marina Forti per Internazionale. Le conseguenze della vittoria del referendum sarebbero quindi abbastanza limitate sul piano pratico, ma contribuirebbero a una riflessione più ampia nell’ambito delle scelte di politiche energetica, sfruttamento del territorio e sviluppo sostenibile. Coloro che spingono a votare sì, i promotori del referendum, sostengono che l’Italia, nella conferenza ONU sul clima che si è tenuta a Parigi si sia impegnata ad investire sulle energie rinnovabili per limitare il consumo dei combustibili fossili. A questo impegno però non sarebbero seguite azioni concrete. Inoltre i promotori sottolineano che, secondo le valutazioni del ministero dello sviluppo economico, ci sarebbero 7,6 milioni di tonnellate di petrolio accertate nei fondali italiani. Risorse che, agli attuali livelli di consumo, si esaurirebbero in sette settimane. Una parte limitata, quindi, rispetto al fabbisogno energetico del Paese, che però causerebbe danni permanenti ai fondali. Le ripercussioni dell’attività estrattiva sul turismo nel mar Adriatico sono state documentate in un recente studio di Greenpeace e non lasciano spazio ad interpretazioni.

Le ragioni degli astensionisti, che mirano a non far raggiungere il quorum per impedire che il referendum venga preso in considerazione, sono riassumibili in queste tre espressioni: “Non sprecare posti di lavoro“, “Non sprecare soldi pubblici”, “Non sprecare energia“. Questi slogan sono presenti su un sito internet il cui dominio, come ha spiegato il Fatto Quotidiano in un articolo del 25 marzo, è stato registrato da Davide Bacarella, “amministratore unico e azionista di minoranza con il 10% di DotMedia, la stessa che cura il sito pro-trivelle e che da anni è la società di comunicazione di fiducia di Matteo Renzi.” Il governo, quindi, direttamente e indirettamente si è espresso per l’astensione. A motivare tale scelta sarebbero gli 800 milioni di tasse versate all’erario dalle compagnie di estrazione. Inoltre 400 milioni di royalties e concessioni e 10.000 posti di lavoro. A tutto questo si contrappongono però le motivazioni dei sostenitori del sì, i quali, come sintetizzato in un articolo di Repubblica del 18 marzo, voterebbero “Sì”, perché le trivelle mettono a rischio la vera ricchezza del Paese: il turismo, che contribuisce ogni anno a circa il 10% del Pil nazionale, dà lavoro a quasi 3 milioni di persone, per un fatturato di 160 miliardi di euro; la pesca, che produce il 2,5% del Pil e dà lavoro a quasi 350.000 persone; il patrimonio culturale, che vale il 5,4% del Pil e dà lavoro a 1 milione e 400.000 persone.” Questi e molti altri aspetti richiedono tuttavia un maggiore approfondimento.

Abbiamo qui cercato, senza alcuna pretesa di esaustività, di fornire alcune informazioni utili per comprendere le riflessioni che hanno animato (non molto in realtà) il dibattito sul referendum. Ad oggi l’impressione del tutto personale è che, sulla vicenda, ci sia un torpore mediatico e molta disinformazione a livello di opinione pubblica. Questo ovviamente inciderà in modo netto sull’esito del referendum. Vorremmo quindi spingere ad informarsi, a prescindere dalla scelta di voto che può e deve essere frutto di una decisione consapevole. Il rischio più grande resta la possibilità che a decidere sia l’indifferenza. Un rischio che, in una democrazia limitata e imperfetta, va combattuto.

Forse potrebbe interessarti:

Facebook comments:

Lascia un commento!

Aggiungi il tuo commento qui sotto, oppure esegui un trackback dal tuo sito. Puoi anche iscriverti a questi commenti via RSS.

Sii gentile, rimani in argomento. Lo spam non sarà tollerato.

È possibile utilizzare questi tag:
<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Questo sito web supporta i Gravatar. Per ottenere il proprio globally-recognized-avatar, registra un account presso Gravatar.