Legalizzazione, l’esempio del Portogallo
20 gennaio 2017 – 17:57 | Nessun commento

Se il termine “legalizzare” significa regolamentare, controllare e vigilare, allora, sono pienamente d’accordo sulla legalizzazione delle droghe leggere. Ad onor del vero, sono stato e sono tuttora favorevole ad un’azione volta a rendere legale, sotto il controllo diretto dello Stato, la vendita e la coltivazione della cannabis e dei suoi derivati per scopi terapeutici. Il concetto di legalizzazione che intendo io, implica una “libertà condizionata” nella produzione e nella vendita delle sostanze leggere e non di certo la nascita… Read more

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Armenia: i fatti del passato e le definizioni del presente

Scritto da – 24 aprile 2015 – 14:05Nessun commento

Genocidio-Armeno24 Aprile 2015. Un secolo è passato dal giorno in cui il ministro degli Interni ottomano Mehmed Talat Pasha dette l’ordine di arrestare e deportare l’élite politica e l’intellighenzia armene verso un infausto destino. Fu l’inizio di un massacro etnico senza precedenti che ha spalancato le porte alle violenze del XX secolo. Un ordine che ha dato il via a una sistematica “pulizia”, una macchina di morte che ha cancellato quasi un milione e mezzo di vite armene. Quella che prima era una comunità prospera e numerosa in seno all’ Impero Ottomano, si ritrovò decimata e costretta alla fuga. Una nuova diaspora che sperse la popolazione in giro per il mondo. Oggi si commemora il centenario di questa macchia di sangue sulla storia della Turchia. Ad Erevan, saranno presenti François Hollande e Vladimir Putin (Francia e Russia contano numerose comunità armene al loro interno), oltre alle centinaia di persone arrivate per assistere all’evento. In tutto il mondo in questi giorni sono organizzate iniziative di vario genere (mostre, conferenze) per ricordare e soprattutto mostrare a coloro che ancora ne ignorano la natura, le terribili azioni commesse dal governo ottomano tra il 1915 e il 1916. Soprattutto perché a cent’anni dalla tragedia appare difficile parlare apertamente e con chiarezza di quegli avvenimenti. Testimoni di queste reticenze sono le polemiche scaturite negli ultimi giorni: le accuse del presidente turco Erdogan e del Gran Mufti di Ankara verso il Papa, colpevole di aver riconosciuto usato la parola genocidio durante la messa di commemorazione del 12 aprile, ne sono l’esempio più eclatante. Ankara ha “vivamente raccomandato” anche allo stesso Obama di astenersi dal pronunciare la parola infamata, onde evitare tensioni con un importante alleato in Asia Minore. I toni pesanti usati da Erdogan e dal suo seguito rivelano un atteggiamento sulla difensiva, una “coda di paglia” che la Turchia repubblicana non ha mai smentito nonostante l’enorme lasso di tempo trascorso.  Sebbene siano stati fatti numerosi progressi da questo punto di vista, tra cui le scuse ufficiali del governo nei confronti del popolo armeno, questi non sono ancora sufficienti. Questa politica ai limiti del negazionismo si riflette a livello internazionale; si è creato una sorta di blocco di indecisi che si oppone a quello sempre più esteso di coloro che hanno ufficialmente riconosciuto il genocidio. Gli Stati Uniti stessi, al centro delle polemiche, non osano pronunciare quella parola, preferendole il termine “massacro”. Dall’altro lato il Parlamento Europeo e la Germania hanno riconfermato la loro posizione-  si trattò di un’azione mirata contro il popolo armeno. Il Bundestag ha inoltre fatto ammenda, in quanto all’epoca il paese fu parzialmente complice dello sterminio.  Il nostro paese, come al solito, cerca la sicurezza nell’indecisione: il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Sandro Gozi ha affermato in diretta che “il governo non deve schierarsi” su fatti del passato: occorre pensare al presente.

Ma non si possono rimandare i conti col passato, soprattutto quando la maggioranza di coloro che vorrebbero vedere la Turchia farsi carico delle proprie responsabilità cresce. Questo schieramento inevitabilmente genera tensioni ed ha conseguenze politiche non di secondo piano: la rinuncia al negazionismo del governo turco è stato posto come prerequisito insostituibile per l’eventuale ingresso del paese nell’Unione Europea. Questa decisione potrebbe quindi incidere sulla geopolitica Euroasiatica in modo significativo.

Qual è la ragione che ancora divide il mondo su questo doloroso nodo del passato? Se nel mondo ormai la volontà a riconoscere gli sconvolgenti fatti svoltisi tra il 1915 e il 1916 come genocidio si sta diffondendo sempre più, cosa porta altri paesi a rifiutarsi di accettare ciò che appare ormai una verità inoppugnabile?  Perché ancora, dopo cent’anni, persistono questi sentimenti negli eredi storici di vittime e carnefici? Le responsabilità lontane pesano come macigni sul presente, paralizzano situazioni già complesse di per sé. Se conservare la memoria e analizzare il passato è uno strumento (talvolta troppo poco utilizzato) imprescindibile per comprendere ed agire nel presente, questa stagnazione risulta inutile e dannosa. Ciò nonostante, fino a che non si sceglierà di accettare quello che stato, fare ammenda e proseguire, senza mai dimenticare le lezioni del passato, non si arriverà mai, in concreto, alla fine del tunnel di sangue.

Federica Stefani


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