Legalizzazione, l’esempio del Portogallo
20 gennaio 2017 – 17:57 | Nessun commento

Se il termine “legalizzare” significa regolamentare, controllare e vigilare, allora, sono pienamente d’accordo sulla legalizzazione delle droghe leggere. Ad onor del vero, sono stato e sono tuttora favorevole ad un’azione volta a rendere legale, sotto il controllo diretto dello Stato, la vendita e la coltivazione della cannabis e dei suoi derivati per scopi terapeutici. Il concetto di legalizzazione che intendo io, implica una “libertà condizionata” nella produzione e nella vendita delle sostanze leggere e non di certo la nascita… Read more

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Condivisione: un segnale di vita

Scritto da – 6 maggio 2013 – 17:36Un commento

Macché! Magari!  Troppi di noi hanno già deposto le armi, sapendo che chi valore non possiede e chi i valori li ha scordati, si è aggiudicato l’incontro fin troppo tempo fa. Ci siamo arresi, siamo venuti fuori con le mani in alto sapendo di non poter rischiare di più. Quando  le certezze vacillano e i sogni ci si rimpiccioliscono davanti, quella bandiera bianca che ci siamo avvolti sulle spalle diventa così pesante e ingombrante da farci inciampare a ogni passo.  Non c’è pensiero peggiore nel quale raggomitolarsi  il giorno prima di un esame all’università: è tutto inutile. Stai studiando come un disperato da ore, l’unica cosa che ricordi è la tua ultima pausa caffè e quando quel momento di lucidità che aspetti da tutto il giorno arriva, il tuo cervello comincia a ripetere questo e basta: e’ tutto inutile. Domani un raccomandato ti passerà avanti e tu non potrai farci niente. Tra cinque anni supplicherai per un lavoro in un fast food. Potresti fuggire all’estero, ma a te hanno insegnato che i forti restano e combattono. Tu non ti senti poi così forte, dopo una giornata del genere, ma in fondo sai di esserlo, o forse vuoi solo ancora crederlo. A questo punto la spirale recessiva in cui ci eravamo tuffati a capofitto già sembra dispiegarsi leggermente. Se vuoi ancora credere non tutto è perduto. Non è mai tutto perduto.

Cominciamo a coglierlo in giro, allora, qualche spiraglio di vita. E non cerchiamolo nelle istituzioni, lì non c’è e l’abbiamo appurato. Cerchiamolo nelle persone: in quelle giuste, che hanno voglia di fare un tentativo, far nascere qualcosa di nuovo, di cambiare le cose. Ecco, cominciamo a riflettere su qualcosa da creare e da sbattere in faccia a chi ha distrutto o a chi non ha mai avuto il coraggio di ricostruire.  “Debrouiller” è, in francese, l’arte di arrangiarsi, di cavarsela alla meglio. “Do the best one can” traducono con perifrasi gli inglesi. Dobbiamo fare del nostro meglio adattandoci alle condizioni nelle quali ci troviamo. E’ una bella sfida, ma qualcuno deve farcela.

Riprendo allora l’affermazione in incipit: se vuoi generare ricchezza devi creare valore. Non mi suona più così stonata, a questo punto. Cominciamo a costituire la nostra sfera di influenza, guardiamo all’andamento del mondo in prospettiva, il nostro piatto è quello a cui dobbiamo cominciare a rivolgere l’attenzione: inventiamoci un modo per riempirlo senza impedire all’altro di fare altrettanto, insegniamo a chi ci guarda a vivere nel rispetto, ad investire su se stessi. Senza fare vuota retorica, individuiamo le nostre capacità e giochiamoci tutto. Qualcuno nel mondo ha già cominciato, di buone idee ce ne sono: ve ne racconto qualcuna di cui ho letto in giro.

Volevo documentarmi, trovare qualcosa da offrire a me e voi e ho cominciato cercando qualche sistema alternativo per soddisfare le nostre prime necessità: leggere e studiare, viaggiare e conoscere, divertirsi nel modo meno dispendioso possibile. Ed ecco qui: nati da qualche parte nel mondo anglosassone, si stanno diffondendo a macchia d’olio anche da noi i cosiddetti “bookcrossing” e “bookparty”: i lettori la fanno da padrone e la spesa è praticamente nulla. In  Italia è stata la casa editrice Minimum Fax la promotrice delle prime feste del libro, presentandole come alternative alle comuni presentazioni di nuovi scritti in uscita: insomma, un venerdì come un altro, in un locale accogliente, con consumazione inclusa nel prezzo di ingresso, ci si riunisce a parlare di libri…sempre il biglietto, infatti, prevede l’acquisto del libro protagonista della serata e la partecipazione a un incontro ravvicinato con l’autore.

Fondere cultura, divertimento e la possibilità di nuove conoscenze, con un contatto non da poco con la grande macchina editoriale, non poteva essere più leggero per le nostre tasche.

E il “Book crossing”? Beh, per come la vedo io non c’è al momento iniziativa più entusiasmante. L‘idea esiste dal marzo del 2001, concretizzata in America da Ron Hornbaker, e da sua moglie Kaori che la concepirono per web registrando nei primi undici mesi un numero di iscritti pari all’incirca a cento utenti per mese. Il boom però doveva ancora arrivare: oggi il BookCrossing è un‘attività globale, la cui idea  di base è di rilasciare libri nell’ambiente naturale, urbano, o semplicemente “into the wild”, dovunque si preferisca, affinché possano essere ritrovati e quindi letti da altri, che eventualmente potranno commentarli e, altrettanto eventualmente, farli proseguire nel loro viaggio. I libri non conoscono frontiere e spesso vengono rilasciati durante viaggi: sono, però, sempre  registrati attraverso un numero univoco assegnato dal sistema, (il BCID),  riportato sul retro di copertina tramite un’etichetta o a mano. Basandosi su questo numero chi ritrova il libro lasciato in libertà può registrarne il ritrovamento su sito web e seguirne il percorso. Ognuno potrà aggiungere un commento in modo che chi lo ha rilasciato per primo sappia che fine ha fatto il libro. Dopo averlo letto (ma non è obbligatorio!) lo si può riproporre: lasciarlo ancora in libertà e aspettare che un altro lo trovi.

Molte altre sono state in passato le iniziative di cedere e passare gratuitamente libri. Ad esempio, perché potesse fruirne chi per problemi economici o fisici non ne avesse facilmente le possibilità,  fu fondata negli anni ’90 “Nati per Leggere”, un’associazione nata nell’ospedale locale di Boston, quando alcuni pediatri ebbero l’idea di mettere dei romanzi  nella sala d’aspetto. Col tempo i libri sparirono e i promotori, resisi conto dell’utilità di quel furto, decisero di istituzionalizzare l’iniziativa. Un’ennesima variazione è costituita dalle bookboxes: in questo caso tra gli “iscritti” viaggia per posta una scatola contenente più libri, di solito scelti secondo la logica o il gusto personale. Ciascuno può sostituire un libro dalla scatola di partenza, a patto registrazione sul sito di competenza. Le “BookCrossing Zones ufficiali”, sono intorno a noi, abbreviate spesso come OCZ o OBCZ. Possono essere sale d’attesa ospedaliere, biblioteche, locali pubblici, pub, bar o negozi che aderiscono in vario modo all’iniziativa. La loro presenza è in continua crescita e segnalata su mappe presenti in siti anche esterni a quello ufficiale. Qui è possibile rilasciare libri o prenderne, e la logica del baratto la fa da padrone.

Insomma, non si tratta di abbandonare ma di prestare al mondo, non esiste chiusura, né possesso, né sfiducia.  Si è semplicemente chiamati a fare ciò che la lettura stessa ci insegna: condividere il sapere, confrontarsi nel rispetto reciproco, arricchirsi della comunione con l’altro, chiunque al mondo esso sia. Al di là dell’apparenza da filantropi, a nulla servono quegli scaffali polverosi alle spalle della scrivania nei nostri studioli: i libri devono viaggiare, devono diffondersi. Ci svegliano “come un pugno in testa”, scriveva Kafka, e, a quel punto, riporli banalmente non basta. E’ una mentalità che vale anche per tutto il resto: gli “Swapparty”, in cui ci si scambia vestiti,  in via definitiva o solo in prestito; i “Roadsharing” in cui si condividono mezzi di trasporto durante un viaggio, in modo da ridurre le spese, accompagnarsi nel tragitto, conoscere luoghi nuovi e gente nuova; i “Supportfriend” intesi come scambi di località, soggiorni all’estero o nel proprio paese praticamente a costo zero, con la sola promessa di ricambiare il favore.

Ecco da cosa dovremmo ripartire, di cosa abbiamo bisogno: fiducia nel prossimo, voglia di fare, di mettersi in gioco. Organizzare parties di questo genere nella propria università, durante una riunione di condominio o semplicemente in quella strada, a quell’ora con quelle persone, non è impossibile. Ma è un inizio. Scambiare qualunque cosa si sia in grado di fare con una qualsiasi capacità di un altro, significa inevitabilmente scambiarsi un valore. E il valore è ricchezza. Morale, intellettuale, economica, non conta: ci si arricchisce anche della semplice fiducia riposta nell’altro, tanto per cambiare, e del senso di appartenenza a un sistema che non si lascia scalfire, che non accetta la sconfitta e continua a pensarne di ogni, pur di non lasciarsi abbattere.

Insomma, lo spiraglio di vita proposto da queste e altre brillanti iniziative che fioriscono in ogni parte del mondo e che mi trovo qui a proporre come modello di speranza per tutti noi, è uno solo : la comunione. Insieme siamo più forti. Insieme possiamo investire sul nostro valore. Quando chi dovrebbe investire su di noi e sul nostro futuro ci volta le spalle, noi dobbiamo avere qualcosa in cui credere: l’altro. A nulla serve lamentarsi, reinventiamoci, creiamo insieme, restiamo uniti, mostriamoci solidali. Cambiare le cose dipende da noi, e da tutte le “considerazioni inattuali” che ci alimenteranno.

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