Legalizzazione, l’esempio del Portogallo
20 gennaio 2017 – 17:57 | Nessun commento

Se il termine “legalizzare” significa regolamentare, controllare e vigilare, allora, sono pienamente d’accordo sulla legalizzazione delle droghe leggere. Ad onor del vero, sono stato e sono tuttora favorevole ad un’azione volta a rendere legale, sotto il controllo diretto dello Stato, la vendita e la coltivazione della cannabis e dei suoi derivati per scopi terapeutici. Il concetto di legalizzazione che intendo io, implica una “libertà condizionata” nella produzione e nella vendita delle sostanze leggere e non di certo la nascita… Read more

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Il silenzio spietato di The Tribe

Scritto da – 1 aprile 2016 – 11:09Nessun commento

the tribeSlaboshpytskiy esordisce nel 2014 con il suo primo lungometraggio, The Tribe, rifacendosi a quello che è stato il principale oggetto dei suoi studi: il cinema muto. In fuga da una riproduzione banale o trita, e ancor di più da “un certo cinema europeo esistenzialista in cui gli eroi stanno zitti per la metà del film” (come ha dichiarato lui stesso), il regista ucraino trova la soluzione nel cuore più duro e atroce della propria terra. Il risultato è sconvolgente.

Sergey, giovane sordomuto, arriva nell’Istituto che sarò la sua nuova casa. Sottoposto fin da subito a crudeli prove di iniziazione, capisce che essere il più forte, stare da parte dei sopraffattore e non dei sopraffatti è l’unico modo per sopravvivere. La storia d’amore grezza e scabra con Anna – che insieme all’amica viene fatta prostituire in un parcheggio di camionisti – non riesce a illuminare la vicenda se non di una luce fredda e bluastra. Anche perché lei sta riuscendo ad andarsene via, grazie a code interminabili, conoscenze giuste e favori, via dall’Inferno verso il ridente, prosperoso, accogliente Paradiso italiano.

Gli eroi di questa storia non hanno voce: negata dalla Natura, non è rimpiazzata da nessuna musica, da nessun sottotitolo, solo mani frenetiche e rumori e a volte dolore così forte da farli gridare, ma sempre con urla strozzate, gutturali, quasi di bestia. Gli eroi di questa storia non hanno un nome, non hanno nemmeno una vera storia: gli eventi vengono registrati dalla videocamera con l’implacabile concretezza di un tumore che si sviluppa, un’infezione che si propaga. Senza commenti, senza giudizi. Gli eroi di questa storia non sono eroi, né antieroi. Il loro vivere non si può dire, esiste semplicemente, per via di necessità.

The Tribe è un film disumano. Disumano per il suo essere drammaticamente senza appello, per il suo esulare completamente dalla bellezza, ma allo stesso tempo non poter contenere qualcosa di davvero “brutto”. The Tribe è un film disumano per il suo silenzio. Un silenzio che è davvero imperdonabile da quella che dovrebbe essere una forma d’arte, una forma di intrattenimento, una forma – fondamentalmente – di comunicazione. Perché è così che l’umanità è sopravvissuta attraverso i secoli, i millenni: comunicando, raccontandosi. E The Tribe non racconta nulla. The Tribe mostra, senza selezionare, senza lasciare nulla all’immaginazione, parlando con il linguaggio chirurgico della realtà. E lo spettatore non sempre lo regge: esce dalla sala, sviene (come nel mio caso).

Il silenzio di The Tribe è un silenzio insopportabile, che per assenza illumina il ruolo fondamentale della parola, l‘importanza primigenia del racconto. Da sempre, fin dall’inizio, quando ci raccontavamo la caccia sulle pareti di una caverna per renderla meno spaventosa, quando la legge del più forte decretava che non importava che tu fossi greco o troiano, che l’importante è essere l’eroe, è vincere, sempre, ad ogni costo.

Anche oggi, anche senza poemi omerici, la narrazione prosegue nei 140 caratteri di un tweet, fra le righe di un post. Anche oggi che abbiamo abbandonato, almeno apparentemente, l’ideale di un eroe soverchiatore per affidarci ad un eroe salvatore, che ci indichi la strada. Anche oggi che non c’è un Io sopra tutti, ma un Noi, Noi che siamo meglio di Loro, Noi che siamo dalla parte giusta. Noi che nella nostra narrazione collettiva possiamo dirci #acasaloro, #makeamercagreatagain, je suis Charlie, Paris, Bruxelles. Je suis terrorizzato. Je suis al sicuro in Europa, nel mio paradiso prospero, dove la prostituzione è vergogna e non necessità, dove venti morti sono una strage e non quotidianità. Je suis sempre pronto a parlare, rispondere, raccontare. Al silenzio no, je ne suis pas pronto. Quello è disumano. Quello rende piccoli, impotenti.

The Tribe è questo: è il film del silenzio, è il film dell’impotenza. Privati dell’udito, privati delle spiegazioni, non possiamo che assistere. Assistere o andarcene, sapendo che non per questo la proiezione si interromperà, non per questo cambierà qualcosa.

 

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