Legalizzazione, l’esempio del Portogallo
20 gennaio 2017 – 17:57 | Nessun commento

Se il termine “legalizzare” significa regolamentare, controllare e vigilare, allora, sono pienamente d’accordo sulla legalizzazione delle droghe leggere. Ad onor del vero, sono stato e sono tuttora favorevole ad un’azione volta a rendere legale, sotto il controllo diretto dello Stato, la vendita e la coltivazione della cannabis e dei suoi derivati per scopi terapeutici. Il concetto di legalizzazione che intendo io, implica una “libertà condizionata” nella produzione e nella vendita delle sostanze leggere e non di certo la nascita… Read more

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Giulio Cavalli incontra la Statale, a cento passi dal Duomo. Più o meno.

Scritto da – 16 dicembre 2013 – 12:54Un commento

Lo scorso venerdì 13 Dicembre, presso la sede dell’Università Statale di Milano di Via Festa del Perdono, si è tenuto un incontro con Giulio Cavalli, figura dalle più professioni: attore, regista, giornalista, politico, che durante la giornata ha chiarito e ha dato il proprio parere su alcune questioni di notevole importanza. Cavalli dà avvio alla sua carriera come attore e regista e si occupa inizialmente di temi che riguardano il passato (ricordiamo l’opera prima Kabum!… Come un paio di possibilità), per poi discostarsi un po’ e iniziare a trattare l’attualità, come in Re carlo (non) torna a Poitiers, Linate 8 Ottobre 2001 e Bambini a dondolo che tratta il turismo sessuale. La fama vera e propria però arriva con Do ut des, riti e conviti mafiosi, che nel 2006 appare come una fresca novità nel suo modo di affrontare un tema così spigoloso e pericoloso come la mafia. Con un gioco di alternanze tra critica e ironia, Cavalli riesce a prendere in giro la mafia, e questo non manca di conseguenze all’interno dell’ambiente protagonista. Cavalli ci raccontadi come il suo spettacolo fa arrabbiare importanti esponenti della mala siciliana, che si vedono colpiti pesantemente e in maniera pericolosa in casa propria. Un lombardo arriva in Sicilia e scherza su di loro, un affronto vero e proprio. La gente comincia a parlare molto dello spettacolo, ma non in termini di distaccato apprezzamento, come a dire “bello spettacolo”, ma di sorpresa e coinvolgimento: Giulio Cavalli sta facendo qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima.

Cavalli e il suo gruppo decidono dunque di portare lo spettacolo al nord, ma si rendono conto che quel tipo di satira, certe battute e certi cenni, non sono del tutto compresi dal popolo settentrionale, “mancava l’alfabetizzazione”, ci spiega all’incontro, al nord si sapeva poco e niente della mafia negli anni contemporanei. E piano piano cerca di renderci, a noi del nord, più pronti, più preparati e incuriositi, pronti ad accogliere quello che nel 2009 fu uno spettacolo con una grandissima eco: A cento passi dal Duomo, che come suggerisce il titolo stesso prende di mira la mafia lombarda, quella che ha imparato a parlare un italiano corretto e fluido e si nasconde dietro un aspetto ordinario e poco connotato geograficamente e socialmente.

Dopo questa breve ricostruzione del suo percorso, Giulio ci racconta un po’ quello che comporta avere il termine antimafioso come etichetta. L’antimafioso sembra proprio essere una voce sul dizionario, a cui collegare i sinonimi “intellettuale” e “di sinistra”: questa sorta di trinità sembra essere un collegamento indissolubile nella testa della gente. L’antimafioso è noioso, è ridondante, non è pop, ci spiega Cavalli. Che invece vorrebbe rendere il suo ruolo e quello di altri, più popolare, più simile a quello che “Nino D’Angelo è per la musica”. La mafia non può essere analizzata solo a livello di denuncia, ma deve andare a braccetto anche con le attività di curiosità, smascheramento, analisi. Questa confusione e staticità dell’ambiente antimafioso è il regalo più grande che possa essere fatto alla mafia stessa. All’interno dell’ambiente anti, infatti, c’è una vera e propria rivalità e mancanza di compattezza. Senza parlare dei numerosi pregiudizi che sono diffusi tra chi ne fa parte e chi sta fuori e da fuori giudica. Per esempio, dice Cavalli, quello secondo cui “se sei dell’antimafia e non hai la scorta non sei nessuno”.

Altro argomento che infiamma, la scorta. È tra le cose che fa parlare di più la gente. Tantissimi si lamentano del fatto che in Italia gli “scortati” sono un numero spropositato. Ma occorre chiarire cosa veramente faccia la tanto criticata scorta per Giulio Cavalli. Lo va a prendere prima che accompagni i bambini a scuola. Punto. Poi, si occupa di qualcun altro. Ammettiamo che è un po’ una voluta esasperazione da esorcizzare questa della scorta, no?

Ma cosa ha portato lo Stato ad assegnare una scorta a Giulio Cavalli? Un nome: Luigi Bonaventura. Un giorno, ci dice Giulio, riceve una chiamata da Bonaventura, pentito della ‘ndrangheta, che gli rivela dei piani per distruggerlo e ammazzarlo. Attenzione alla prima parte, distruggerlo: la morte dell’esponente antimafioso non doveva essere una morte violenta, un assassinio che si potesse ricollegare alla mafia, ma un falso incidente. Un’overdose, che avrebbe fatto pensare alla gente che Cavalli fosse morto per un suo stesso vizio. Quindi non bastava toglierlo dalla circolazione, bisognava pure screditare ciò che rappresentava. A questo punto, fidarsi o meno di Bonaventura? Non c’è una risposta definita né definitiva per quanto riguarda Giulio, ma la procura non ha dubbi: occorre una scorta. Solo che non finisce qui. Anche nelle Procure c’è del marcio, e a Lodi viene arrestato una figura di collegamento alla mafia. C’è poi un momento in cui sembra che a Cavalli debba essere tolta la scorta, e lui stesso ammette di aver avuto paura. Non è un vanto né una debolezza da nascondere: è così, è una cosa umana. Da umano che è qualsiasi persona su questa terra, anche chi si occupa di politica o di mafia. In questo incontro è arrivato forte e chiaro il messaggio che a mio parere ha voluto mandarci: chi fa il suo mestiere commette errori e non è perfetto. Non si può semplicemente guardare da fuori e cercare il difetto che in chiunque altro difetto non sarebbe. L’antimafioso è normale e in quanto tale imperfetto, a giudicare si fornisce semplicemente sostegno ai mafiosi.

Che spesso si accorgono prima di noi, ma soprattutto prima del ceto intellettuale, che dovrebbe essere quello dominante, di ciò che accade. Mentre noi in una nuova rotonda nell’hinterland milanese non ci vediamo che un lavoro in corso in più, chi ha l’occhio vigile e “allenato ad essere curioso” – spiega Cavalli – trova un sospetto, un qualcosa su cui quantomeno porsi un paio di domande. Il problema è proprio questo: che la nostra classe dirigente, oltre a essere per buona parte corrotta, è come spenta, statica e civilmente diseducativa. O le cose non si vedono o si nascondono dietro a un paio di lenti oscurate.

Ecco quindi che si conclude il nostro incontro con il teatrante. Ci saluta e ci lascia quello strano amaro in bocca, senza però smettere di ispirare e accendere quella tanto necessaria curiosità del mondo. Da parte nostra, la speranza di poter parlare un po’ più spesso faccia a faccia con chi alla faccia della mafia scherza pure.

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