Legalizzazione, l’esempio del Portogallo
20 gennaio 2017 – 17:57 | Nessun commento

Se il termine “legalizzare” significa regolamentare, controllare e vigilare, allora, sono pienamente d’accordo sulla legalizzazione delle droghe leggere. Ad onor del vero, sono stato e sono tuttora favorevole ad un’azione volta a rendere legale, sotto il controllo diretto dello Stato, la vendita e la coltivazione della cannabis e dei suoi derivati per scopi terapeutici. Il concetto di legalizzazione che intendo io, implica una “libertà condizionata” nella produzione e nella vendita delle sostanze leggere e non di certo la nascita… Read more

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Scritto da – 29 settembre 2014 – 19:30Nessun commento

Erasmoustache #1

Nel momento in cui scrivo festeggio le mie prime due settimane da espatriata in una città straniera. E dire che all’inizio Parigi non era nemmeno sulla mia lista di città da visitare. Ma negli ultimi due anni universitari sono cambiate molte cose. Tra cui la scelta di tuffarmi nello studio dell’arabo e del russo, alla facoltà di Mediazione Linguistica e Culturale presso l’Università degli Studi di Milano. Proprio per questo motivo sono finita qui: Parigi era l’unico posto in Europa che mi avrebbe permesso di continuare l’abbinamento di queste due lingue. Così mi sono armata di carta, penna e tanta pazienza e ho riempito moduli su moduli, corso tra gli uffici, aspettato risposte (spesso incomplete) davanti a un computer. Io, anti-francese fino al midollo, mi sono ritrovata a studiare francese per non arrivare del tutto impreparata, a dare esami a raffica, uno dopo l’altro, per poter partire senza (troppi) pensieri. Sì, l’Erasmus richiede grande tolleranza per esser messo in atto.

In questo angolo di Orizzonte Universitario intitolato Erasmoustache, voglio narrare delle donne, i cavalier, l’arme e gli amori della vie parisienne. Ma canterò anche di un Pelide Achille alle prese con i drammi della burocrazia e del portafoglio mensile – sperando che non ne arrivi l’ira funesta. E visto che questo è un viaggio e in una città come Parigi si possono trovare persone davvero di ogni origine e con le storie più disparate, tirerei in ballo pure quel caro vecchio lupo di mare di Ulisse.

Sono arrivata a Parigi in una cupa e fredda giornata di settembre. A dire il vero di cupo e freddo c’era solo la stazione di Garibaldi alle 5 del mattino. Poi arrivano gli amici, i genitori, il fidanzato. Si scalda tutto con un po’ di lacrime salate e un po’ di abbracci. Il momento di disperazione quando il treno parte e capisci che devi sventolare il fatidico fazzoletto. Poi il treno prende velocità, le immagini della città ancora addormentata passano rapide sul finestrino. Realizzi che il biglietto è di sola andata e tutto diventa confuso, fino a quando una voce indispettita ti urla: “Non ti lamentare, stai andando a Parigi!”. Ed è proprio qui che mi ha portato quel treno ad alta velocità.

E lo stress per la trafila burocratica? Rimbalzare da un ufficio all’altro, dribblando professori di ogni materia, scoprendo aule, termini, scorciatoie sconosciuti prima e dovendo rifare le cose dieci, cento, mille volte.

Secondo l’immaginario comune, fare l’Erasmus significa partire essendo certi che una volta arrivati tutto sarà più semplice, perché non saremo più in Italia dove i mali burocratici si annidano pronti ad attaccare. Sbagliato, ragazzi. Arrivati nella nuova patria la burocrazia è tale e quale. Quindi meglio disilludersi subito. Infatti la prima settimana mi sono destreggiata tra banche, documenti, internet e…annunci per le case.

Il logement è la bestia nera di quasi ogni studente che arrivi a Parigi. Io, ad esempio, sto disperatamente cercando casa. Gli appartamenti sono molto costosi e di certo una buona alternativa è tentare in banlieue, ovvero in periferia, ma, diciamocelo, non è come abitare sulla Ville Lumière.

Ecco, però la bestia nera s’ingrigisce se si è capaci di cercare nel modo giusto: con 500 euro è possibile trovare un alloggio decente, con 600-700 euro ci si può già sistemare meglio. Ciò che più mi ha stupito sono i finanziamenti agli studenti, sia francesi che stranieri: se hai un conto in banca e un regolare contratto (nel caso, qualche scartoffia in più fa sempre comodo) si può ottenere un rimborso sostanzioso dalla CAF (Caisse d’Allocations familiales), mentre se sei un normale studente senza reddito si può ottenere un rimborso sull’affitto tra i 100/200 euro mensili (dipende dall’ubicazione e dalla locazione). Unico inconveniente: purtroppo, spesso, gli affittuari non emettono contratto.

Per chi ha visto il film “L’appartamento spagnolo” e pensa che la cosa migliore sia vivere nel caos con altre 10 persone…beh, qui non è così semplice. Si trovano soprattutto studio in stati di discutibile manutenzione o camere indipendenti. Come quella in cui sto ora. Il dramma è che sebbene il prezzo sia molto basso, sono dotati solo di un frigorifero e di un microonde. Questo vuol dire non poter cucinare.

Comunque, se per ora ho parlato soltanto dei risvolti complicati della vita a Parigi…adesso debbo parlare della vita a Parigi! Perché, sì, i problemi ci sono, ma svaniscono nel momento in cui si passeggia lungo la Senna con un croissant in mano. E ti sovvien l’eterno. Parigi, che io avevo sempre un po’ disprezzato, convinta che fosse sopravvalutata, mi ha lasciato senz’armi. Parigi è un sogno: horror vacui applicato alla città tutta. All’inizio ci si perde tra vie che non si conoscono, lasciandoci la propria impronta per la prima volta. Piano piano si iniziano ad abbandonare a casa le cartine che prima s’ammassavano per tutta la borsa, lasciandosi trasportare dalla fiumana di gente sulla metro delle 9.

E le famigerate feste d’Erasmus? Ebbene, qui gli alcolici sono piuttosto cari, ma per gli studenti Erasmus parigini si aprono molte porte e sono numerose le associazioni che aiutano a non farsi spolpare. Sebbene, va detto, ogni tanto spendere qualche denaro in più in una terra di vini ottimi come la Francia, non dispiace affatto. Un avviso a tutti i milanesi: anche qui finirete con lo spendere 8 euro per un cocktail, arrendetevi.

À la prochaine!

 

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