Legalizzazione, l’esempio del Portogallo
20 gennaio 2017 – 17:57 | Nessun commento

Se il termine “legalizzare” significa regolamentare, controllare e vigilare, allora, sono pienamente d’accordo sulla legalizzazione delle droghe leggere. Ad onor del vero, sono stato e sono tuttora favorevole ad un’azione volta a rendere legale, sotto il controllo diretto dello Stato, la vendita e la coltivazione della cannabis e dei suoi derivati per scopi terapeutici. Il concetto di legalizzazione che intendo io, implica una “libertà condizionata” nella produzione e nella vendita delle sostanze leggere e non di certo la nascita… Read more

Leggi l'articolo completo »
Società

immersione esistenziale del tessuto del sociale

Politica

Dagli alti ideali ai bui sottoscala del Parlamento. Spaccato sulla sfera Politica di una Italia in declino

Scuola e Università

Vita tra le mura d’Ateneo: l’orizzonte universitario

Cultura

Arte, Musica, Letteratura. Dalle Humanae Litterae, il pane dell’Anima

Informazione

Dalla televisione alla carta stampata. Le mille sfumature del giornalismo.

Home » Informazione

Caso Regeni: come vincere il braccio di ferro con l’Egitto secondo la diplomazia

Scritto da – 11 aprile 2016 – 08:55Nessun commento

regeni verità cartelloÈ del cinque aprile, alla vigilia dell’atteso vertice a Roma tra inquirenti egiziani e italiani, il discorso tenuto in Parlamento dal Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Un discorso che pare rinnovare la forte volontà, da parte italiana, di trovare la verità nascosta dietro i depistaggi egiziani sul caso Regeni. «L’Italia,» ha dichiarato «è pronta ad assumere misure immediate, se non ci sarà un cambio di marcia.» Già, perché ad oggi, la millantata collaborazione che Al Sisi non smette di decantare in ogni dichiarazione pubblica, non c’è stata. Tra goffi tentativi di depistaggio e vere e proprie messe in scena, gli inquirenti egiziani non stanno dimostrando di remare a favore di una risoluzione del caso.  Il ministro ha infatti ricordato che le autorità del Cairo non hanno ancora fornito agli inquirenti italiani le informazioni richieste, come le registrazioni della telecamera di sorveglianza della stazione della metropolitana in cui Regeni sarebbe transitato prima del rapimento. Mancano inoltre verbali, referti e tabulati telefonici:  elementi essenziali per provare che il ricercatore italiano era stato messo sotto stretta osservazione, da parte del regime, molto prima del suo rapimento. Questo dimostrerebbe che l’omicidio di Giulio è stato, come già si sospetta, ordinato direttamente da una parte del governo egiziano, per interrompere la sua supposta attività di appoggio ai gruppi d’opposizione. Se ciò fosse dimostrato, l’omicidio del ragazzo avrebbe delle conseguenze sostanziali sul piano dell’equilibrio politico internazionale. Tuttavia il vertice si è rivelato un fallimento: gli egiziani hanno invocato un principio costituzionale: la tutela della privacy. Condividere i dati delle celle con gli inquirenti italiani significherebbe tracciare gli spostamenti di migliaia di cittadini egiziani. Questo, dicono, non possono permetterlo. Ebbene, a quella che possiamo tranquillamente definire una scusante, considerato il fatto che gli inquirenti del posto stanno analizzando quegli stessi dati da settimane, è seguita una reazione significativa: il ritiro dell’ambasciatore italiano in Egitto, Maurizio Massari. Questa misura, seppur possa sembrare un mero atto formale, è ritenuta un chiaro e forte messaggio nell’ambiente diplomatico. Inoltre, essa rappresenta solitamente un preambolo a misure più severe. Ma quali sono le armi che l’Italia può utilizzare per costringere le reticenti autorità egiziane a collaborare? E che tipo di rapporti andrebbero ad intaccare?

Tra Italia ed Egitto i rapporti economici e gli scambi culturali sono di lunga data. A partire dagli incontri annuali istituiti da Berlusconi con Mubarak, fino ad arrivare al luglio 2013, quando l’Italia fu il primo Paese Europeo a legittimare il regime di Al Sisi, accogliendo il dittatore a Roma e con una visita del nostro premier al Cairo. Come si suol dire negli ambienti economici, la stabilità politica, anche quando ottenuta con la forza, giova agli scambi internazionali. Da quel momento infatti, i rapporti economici e commerciali con l’Egitto si sono ancor più intensificati. Oggi l’Italia è il primo partner commerciale dell’Egitto in Europa; il valore dello scambio tra i due Paesi ammonta a più di 5 milioni di euro, con una bilancia commerciale positiva per il Bel Paese (fonte Istat per il 2014). Dunque è chiaro che minacciare misure punitive sul piano commerciale, come ad esempio era stato fatto con la Russia sotto forti pressioni dell’Unione Europea (che, tra parentesi, dov’è ora?), creerebbe grossi problemi al regime. Tuttavia, almeno per ora, non sembra il momento di ricorrere a tali drasticità, che, inutile ignorarlo, creerebbero problemi anche a casa nostra, a partire 130 imprese italiane che hanno, ad oggi, rapporti con l’Egitto. Certo è però, che non si può rimanere inermi di fronte al comportamento, ai limiti del ridicolo, che stanno tenendo le autorità egiziane. Prima di tutto per una questione di rispetto nei confronti del giovane ucciso e di tutti i suoi cari; in secondo luogo per dare una dimostrazione di credibilità e intransigenza sul piano internazionale, per dimostrare di avere quell’orgoglio e quella dignità che in tanti altri Paesi si sprecano.

Un’azione diplomatica più severa del ritiro dell’ambasciatore consiste nel blocco degli scambi di persone. Questo si tradurrebbe nel divieto esplicito per i cittadini italiani di partire, per ricerca, studio o lavoro, alla volta dell’Egitto, e viceversa, nonché l’interruzione di qualsiasi accordo bilaterale tra università, enti di ricerca e istituzioni simili. Questa misura, ritenuta al momento la prossima mossa del procuratore Pignatone, è stata ad esempio scelta dalla Russia per punire le autorità egiziane, in seguito al disastro aereo del novembre scorso. La Gran Bretagna invece, trovatasi in condizioni simili a quelle russe, ha optato per dichiarare l’Egitto un Paese non sicuro per il turismo, sconsigliando ai sudditi di recarvisi. Entrambe queste sanzioni hanno causato un forte danno al Paese africano, non solo d’immagine, ma anche economico: il settore turistico rappresenta infatti il 12% del PIL dello Stato. Altre strade percorribili sul piano diplomatico, possono essere quello del divieto a personalità politiche considerate coinvolte nel caso di recarsi in Italia, oppure la decisione di abbassare il grado di prestigio dei vertici tra i Paesi, mandando in rappresentanza italiana personalità di minor rilievo.

Le possibilità che la diplomazia ci offre sono molte ed è giusto che vengano percorse tutte prima di dover ricorrere a misure drastiche che, seppur molto popolari tra le opposizioni populiste, che semplificano le vicende più complesse, rischierebbero di rivelarsi “una pezza peggiore del buco”.

 

 

Forse potrebbe interessarti:

  • No Related Posts

Facebook comments:

Lascia un commento!

Aggiungi il tuo commento qui sotto, oppure esegui un trackback dal tuo sito. Puoi anche iscriverti a questi commenti via RSS.

Sii gentile, rimani in argomento. Lo spam non sarà tollerato.

È possibile utilizzare questi tag:
<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Questo sito web supporta i Gravatar. Per ottenere il proprio globally-recognized-avatar, registra un account presso Gravatar.