Università: ancora due anni di cattedra per i Baroni
17 giugno 2013 – 16:43 | Un commento

Tenersi ben stretto il proprio ruolo di professore universitario, anche a settant’anni passati: è questa l’intenzione di molti, che, approfittando di una sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale un articolo della Legge Gelmini, faranno domanda per rimanere in servizio altri due anni. Costringendo molti ricercatori a vedere rimandato il giorno in cui il posto di ordinario potrà ricompensare i sacrifici e l’impegno di anni. Con quale onestà, in una situazione nazionale che è di dominio pubblico, un professore pretende… Read more

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Caso “Ingroia-Ciancimino”, macchina del fango o altro?

Scritto da saverio mazzeo – 30 aprile 2011 – 12:466 commenti

Esistono delle verità difficili da afferrare, fatti o misfatti quasi impossibili da interpretare. Questo vale per qualunque inchiesta di tipo giornalistico, ma esistono circostanze in cui, se si vuole raccontare, descrivere, disquisire, è indispensabile procedere con prudenza e lucidità. Quando si scrive di mafia, ‘ndrangheta, sud Italia, santoni e padrini, collusi, concussi e corruttori, servono requisiti specifici, extra. Al magistrato, nell’atto dell’interrogatorio, è indispensabile conoscere il linguaggio dei gesti, il senso degli sguardi, delle pause studiate, degli stessi silenzi. Al giornalista, al cronista, dovrebbero bastare i documenti, gli atti delle procure, le sentenze (arrivate e mancate). Tutto il resto è aria fritta, fumo negli occhi, soltanto schiuma. Il 21 aprile 2011 la Direzione Investigativa Antimafia di Palermo ha arrestato Massimo Ciancimino, il figlio del boss mafioso Vito, con l’accusa di calunnia aggravata nei confronti di Gianni De Gennaro, ex capo della polizia. Quest’uomo è stato accusato di avere consegnato ai magistrati un falso documento in cui si fa il nome, per l’appunto, di Gianni De Gennaro tra i personaggi delle istituzioni che avrebbero avuto un ruolo nella cosiddetta “trattativa” tra mafia e Stato del 1992. Che c’entra Ingroia? Sostituto procuratore a Palermo dal 1992, ora procuratore aggiunto della direzione distrettuale antimafia, è il magistrato che si occupa proprio dei processi riguardanti i rapporti tra la mafia e il mondo della politica e dell’economia. Una delle indagini che hanno fatto capo a Ingroia riguardava l’attuale senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, che avrebbe fatto da ponte tra mafia e mondo imprenditoriale del nord attraverso l’intermediazione di mafiosi come Salvatore Riina e i fratelli Graviano. Il magistrato ha ottenuto la condanna per Marcello Dell’Utri nel 2004 a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, confermata in appello il 29 giugno 2010 con una riduzione di due anni; il senatore del Pdl è stato però assolto per le condotte successive al 1992, poiché i giudici hanno giudicato non provato il “patto di scambio” politico-mafioso con Cosa Nostra mentre è stata archiviata la posizione dell’indagato nonché presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Ma veniamo al punto: lo stesso magistrato siciliano ha dichiarato che ”un eventuale giudizio di inattendibilità di Ciancimino danneggerebbe una parte dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, ma non tutta nel suo complesso”.

Ora, sulla questione “papello” sorvoliamo volutamente; che se ne occupino Ingroia e le procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze che dopo lo scontro sono arrivate, pare, ad un’intesa di collaborazione. La questione giudiziaria riguardante gli avvenimenti successivi alla strage di via D’Amelio è tutt’altro che chiusa visto che ci sono molte ombre sull’operato delle forze dell’ordine e del generale Mario Mori (al processo contro quest’ultimo dovrà testimoniare proprio Massimo Ciancimino, il 10 maggio a Palermo). Il fatto è che le dichiarazioni rese da Cincimino in tribunale parlano anche di presunti investimenti del padre nel complesso edilizio Milano 2, realizzato da Silvio Berlusconi. Don Vito avrebbe riferito al figlio che nella realizzazione di Milano 2 sarebbe stato investito del denaro anche dagli imprenditori mafiosi Buscemi e Bonura. A fare da tramite tra Berlusconi, i costruttori mafiosi palermitani e l’ex sindaco di Palermo potrebbe essere stato Marcello Dell’Utri. In realtà, la Sezione Penale della Corte d’Appello di Palermo ha giudicato le sue dichiarazioni su Marcello Dell’Utri “non connotate dai requisiti di specificità, utilità e rilevanza, emerge anzi una notevole contraddittorietà di Ciancimino su tutti i profili della vicenda”.

Sul piano mediatico, la credibilità di Ciancimino è scesa senza alcun dubbio. Intanto, ricordiamo che Ciancimino è indagato in quattro procedimenti: per calunnia dichiarativa, per calunnia documentale, per associazione mafiosa e infine per detenzione di esplosivi. Lo stesso Ingroia ha dichiarato:”Bisogna stare in guardia dalla sua voglia di raccontare anche ciò che non conosce”. Ma la domanda è questa: perché le stesse accuse – ritenute inattendibili – che prima avanzava Vito Ciancimino, nel momento in cui le avanza il figlio subito diventano credibili? Forse siamo di fronte ad un nuovo fenomeno mediatico e di costume? Il collaboratore di giustizia ha scritto un libro, va in tv, è un eroe dell’antimafia, forse è solo un esibizionista. Sul fatto che Ciancimino sia stato rilanciato mediaticamente da Santoro in “Annozero”, lo stesso Travaglio afferma, senz’altro giustamente, che “…a parte il fatto che Ciancimino è stato intervistato dai giornali di tutto il mondo e dalle televisioni di tutto il mondo, a parte il fatto che Ciancimino, qualunque cosa si pensi su di lui, è giornalisticamente una notizia perché dice delle cose molto forti, non si vede per quale motivo chi intervista una persona dovrebbe poi rispondere di quello che fa o di quello che ha fatto quella persona. Ci mancherebbe altro. Montanelli diceva: se mi dessero da intervistare il demonio io vado a intervistare il demonio”. In precedenza, e più volte, lo stesso Travaglio, sdegnato e infastidito ammoniva :”Moggi ha adottato una difesa berlusconiana. Spara a zero, dice cazzate, fa libri di memorie, va in televisione, scrive sui giornali. Appena accendi la tv, lo vedi che pontifica”. Ah bé…! Nell’aprile 2010, invece, esce il libro scritto da Ciancimino junior insieme a Francesco La Licata dal titolo “Don Vito”, che naturalmente viene subito attenzionato dalle Procure di Palermo e Caltanissetta che ne acquisiscono copia nelle inchieste sulla presunta trattativa Stato-mafia. Ecco, lui sì che i libri li può scrivere!

Lui che si fa trovare 13 candelotti di esplosivo da cava sotterrati nel proprio giardino di casa, in via Torrearsa a Palermo, con tanto di detonatori e miccia. Lui che afferma: “Erano in un pacco inviatomi con una lettera di minacce. L’ho messo in acqua e poi sotterrato, per non spaventare la famiglia e non creare tensioni”. Cioè, gli arriva un pacco con candelotti di dinamite a casa e lui non si preoccupa nemmeno di sporgere denuncia. Ora rischia fino a 8 anni di carcere per quei 13 candelotti di dinamite sotterrati in giardino. Il 10 marzo 2007, invece, era stato condannato in primo grado a 5 anni e 8 mesi di reclusione dal tribunale di Palermo per il reato di riciclaggio. Nell’ambito di quel processo, rilevante era stata l’intercettazione ambientale tra Massimo Ciancimino e Girolamo Strangi, l’uomo indagato dalla Procura di Reggio Calabria in quanto ritenuto dagli inquirenti l’economista della ‘ndrina dei Piromalli. Ciancimino, spavaldo, diceva all’affiliato della ‘ndrangheta: “Io faccio quello che minchia voglio là dentro. L’altra volta mi sono andato a vedere un “file” dove c’erano le barche da sequestrare”. Per “là dentro” intendeva la banca dati dell’antimafia. Mentre, riferendosi a inchieste fiscali a suo carico e alla trasmissione “Annozero” affermava: “L’hai vista? Sono un’icona per loro. Se io dico, mi vogliono fottere con una minchiata, mi vogliono coinvolgere e robe varie, loro…in gioco io c’ ho molto di più di un’inchiesta fiscale. E allora gli dicono a quelli: guardate che è il nostro teste principale d’accusa su quel che è successo negli ultimi vent’anni, non mi screditate per una cazzata”.

Siamo di fronte ad un nuovo tentativo di delegittimazione da parte dei berluscones perché “il magistrato (Ingroia ndr) si sta avvicinando ai segreti dell’origine della fortuna finanziaria di Berlusconi”? Non sappiamo se la macchina del fango abbia colpito ancora. Una cosa però è certa: Ingroia, di colpe, non ne ha, e va tirato fuori dal polverone.

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