Legalizzazione, l’esempio del Portogallo
20 gennaio 2017 – 17:57 | Nessun commento

Se il termine “legalizzare” significa regolamentare, controllare e vigilare, allora, sono pienamente d’accordo sulla legalizzazione delle droghe leggere. Ad onor del vero, sono stato e sono tuttora favorevole ad un’azione volta a rendere legale, sotto il controllo diretto dello Stato, la vendita e la coltivazione della cannabis e dei suoi derivati per scopi terapeutici. Il concetto di legalizzazione che intendo io, implica una “libertà condizionata” nella produzione e nella vendita delle sostanze leggere e non di certo la nascita… Read more

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Riforma del lavoro : “una boiata pazzesca”

Scritto da – 12 settembre 2012 – 17:01Un commento

Una definizione di fantozziana memoria accomuna la riforma del mercato del lavoro targata Elsa Fornero alla celebre opera del maestro Sergej M. Ejzenstein “La Corazzata Potemkin”, che strappò al ragioniere più noto d’Italia i famosi 92 minuti di applausi. Prima di esprimere i giudizi di merito che hanno portato alla maturazione di tale definizione è opportuno presentare i vari punti della riforma. Uno dei problemi che il nostro Paese vive come asfissia oramai insopportabile è la disoccupazione, specialmente quella giovanile che tocca, secondo i dati Istat quote del 30%. Sarebbe necessario adottare una serie di politiche anticicliche volte allo stimolo della domanda e alla creazione di posti di lavoro. Fatta questa premessa, il terreno sul quale si è deciso di intervenire per eseguire i dettami della BCE e per competere coi paesi cosiddetti Brics ( Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) , che possono contare su un costo del lavoro risibile e sulla quasi totale assenza di diritti, è ancora una volta lo scivolosissimo terreno della flessibilità che come abbiamo visto negli ultimi anni è finito semanticamente e fattivamente a coincidere col termine precarietà.

Il cosiddetto “modello Danese” di cui sia il Ministro Fornero che il premier Monti ci hanno accademicamente così ben parlato in questi mesi prevede la famosa mobilità del lavoratore nel caso in cui quest’ultimo viene a perdere il suo impiego. Il lavoratore non viene reintegrato dal giudice ma viene “ri-formato” e ricollocato in tempi brevi attraverso la famosa formula del “flex-security”. Per far questo è necessario smantellare quello che il Presidente del Consiglio ha più volte definito come una delle principali motivazioni per le quali le imprese estere rifiutano di investire nel nostro paese, e che la BCE ha definito a sua volta come un’anomalia tutta Italiana, ovvero il famoso art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Ed è infatti su questo terreno che nei mesi scorsi si è incentrata tutta la discussione relativa alla riforma, foderando attraverso una attacco ideologico le vere mancanze strutturali e di progetto di questo disegno di legge. L’impostazione della trattativa coi Sindacati infatti si è da subito presentata come un fatto meramente  formale e di prassi con le dichiarazioni al vetriolo di un Ministro che candidamente annunciava l’approvazione della riforma con o senza il consenso delle parti sociali, riportando alla memoria le  “ trattative”  e le modalità con le quali la Tatcher smantellò i sindacati inglesi concepiti solo come delle scomode e inutili organizzazioni.

Tutto questo ha ovviamente spostato di latitudine i luoghi e i temi del confronto, costringendo la Cgil in particolare, ad iniziare una battaglia serrata in difesa dell’art. 18. Operazione, quella del governo, che ha portato alla mediazione del Partito Democratico che ha ottenuto una vittoria di Pirro in merito alla questione dei licenziamenti economici e disciplinari, laddove la proposta Fornero era di eliminare il reintegro  del lavoratore e inserire al suo posto un  indennizzo economico  corrispondente a 12 o 24 mensilità. Il segretario Bersani è riuscito ad ottenere l’inserimento della possibilità per il giudice di optare anche per il reintegro. Questa operazione ha sottratto efficacia all’impalcatura di una  mobilitazione sindacale che si era riscoperta finalmente unita, in particolare della Cgil legata, nella sua maggioranza al PD. Cgil che aveva iniziato un percorso dallo scorso agosto con una serie di proposte per uscire dalla crisi, fra le quali la revisione della giungla delle 46 forme di contratti atipici che il nostro mercato del lavoro prevede.

L’attenzione su queste problematiche è stata di fatto offuscata dal dibattito in merito alla cancellazione di una norma giusta e di civiltà, quale l’art. 18. Tale contesto fa venire alla mente imprenditori responsabili come Adriano Olivetti a cui erano carissimi i temi relativi ai costi e alle ripercussioni sociali dello sviluppo. Ma la classe imprenditoriale con quale ci si trova oggi a fare i conti è forse la peggiore dal dopoguerra, arrivando quasi a considerare un santo l’allora a.d della Fiat, il fordista Vittorio Valletta confrontandolo con Sergio Marchionne. Per ciò che concerne la selva contrattuale il Ministro si è limitato a parlare di una “razionalizzazione delle formule contrattuali” non specificando le modalità e i tempi di tale operazione.

Il cursus Honorum che il Ministro prevede per entrare nel mondo del lavoro affonda le sue radici nel cosiddetto “apprendistato” che porta alla regolarizzazione del rapporto di lavoro alla scadenza di tre anni di contratto. Nulla impedisce però il licenziamento preventivo del lavoratore da parte dell’azienda, in quanto previsto dalla riforma. Anche qui il Ministro ha promesso che si vigilerà affinchè tale procedura sia regolare, senza di nuovo, però pronunciare parola su modi, tempi e metodi.

Per ciò che concerne gli ammortizzatori sociali, questi sono quasi stati azzerati con la cancellazione, di fatto della Cassa integrazione e l’introduzione dell’ASPI ( assicurazione sociale per l’impiego) che partirà nel 2017 e comunque non estesa ai precari. Ancora una volta questo governo ha perso un’ occasione per muoversi e dare un segale di equità e volontà di risoluzione reale del delicatissimo problema del lavoro. La mia mente è sconvolta dalle dichiarazioni del sottosegretario all’Economia Polillo che immagina di diminuire le ferie dei lavoratori per aumentare la produttività. E contemporaneamente torna alla mia memoria Peppino Di Vittorio che aveva il sogno di unire i contadini del Sud e gli operai del Nord affinchè nessuno fosse più sfruttato e affinchè la nuova Italia affondasse le sue radici nel lavoro.

Pierfrancesco Palaia


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