Legalizzazione, l’esempio del Portogallo
20 gennaio 2017 – 17:57 | Nessun commento

Se il termine “legalizzare” significa regolamentare, controllare e vigilare, allora, sono pienamente d’accordo sulla legalizzazione delle droghe leggere. Ad onor del vero, sono stato e sono tuttora favorevole ad un’azione volta a rendere legale, sotto il controllo diretto dello Stato, la vendita e la coltivazione della cannabis e dei suoi derivati per scopi terapeutici. Il concetto di legalizzazione che intendo io, implica una “libertà condizionata” nella produzione e nella vendita delle sostanze leggere e non di certo la nascita… Read more

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Scacchiere mediorientale: l’ingerenza delle potenze nella guerra civile siriana

Scritto da – 13 settembre 2013 – 10:33Un commento

La guerra civile siriana, che da due anni insanguina il paese mediorientale, ha provocato finora quasi centomila morti e due milioni di profughi che si sono rifugiati negli stati confinanti, che ora stanno raggiungendo anche l’Europa. In questi giorni si parla di un probabile intervento militare da parte della Nato, giustificato dall’utilizzo di gas ai danni della popolazione, anche se non è stata ancora accertata la responsabilità delle forze governative, accusate dagli Stati Uniti, oppure degli insorti, incolpati dagli alleati di Damasco. In ogni caso, le forti perplessità dei governi europei hanno di fatto isolato la posizione assunta dagli Stati Uniti, che al momento non possono nemmeno contare su un appoggio dell’Onu, bloccato dai veti di Russia e Cina, alleate della Siria, che non vogliono un intervento militare occidentale sulla falsariga di quello attuato in Libia nel 2011. Il conflitto siriano è iniziato il 15 marzo 2011, quando, sulla scia di quanto stava avvenendo in molti paesi arabi, vi furono sommosse nelle città di Homs e Aleppo, la cui repressione provocò rivolte aperte in molte aree della Siria, ma la scelta di non intervenire apertamente nel conflitto, imposta all’Onu dalla divisione tra Stati Uniti e Unione Europea da una parte, Russia e Cina dall’altra, ha provocato un’intensificazione degli scontri, degenerati presto in guerra civile.

Un intervento militare sarebbe però fatale nel quadro delle relazioni internazionali, in quanto la Siria confina con la Turchi, l’Iraq, la Giordania, Israele e il Libano, ciò potrebbe provocare un conflitto generalizzato in tutto il Medio Oriente, perché destabilizzerebbe anche il Libano, paese che per decenni ha avuto rapporti strettissimi con Damasco, e potrebbe provocare anche un intervento da parte dell’Iran, che finora ha sempre difeso il governo della Siria; in più, i movimenti integralisti gioverebbero del fatto che potenze non arabe (Stati Uniti, Israele) o islamiche moderate (Turchia) intervengono nelle vicende interne di un paese mediorientale, sfruttando l’accaduto per fini propagandistici.

La situazione della Siria stessa, al termine di questo ipotetico intervento, sarebbe paragonabile a quella della Libia, perché il paese sarebbe attraversato da una crisi dell’unità statuale, in quanto l’elemento di fondo di tutti gli stati arabo – islamici è la struttura tribale, che si è sempre affermata quando sono venute meno le istituzioni statali (basta pensare alla Somalia o alla Libia stessa). La dissoluzione dell’esercito inoltre consegnerebbe il paese nel caos, com’è avvenuto in Libia, anche se la posizione geografica della Siria aumenterebbe notevolmente i rischi, soprattutto perché la lascerebbe vulnerabile alle infiltrazioni dei movimenti integralisti. In Egitto il movimento dei Fratelli Musulmani è stato bloccato dall’esercito nel momento in cui stava imprimendo al paese una svolta autoritaria, impedendo al momento lo scoppio di una nuova guerra civile tra i movimenti che combattevano per la democrazia e quelli che avevano invece sfruttato la situazione incerta per affermare un modello fondamentalista ai vertici dello stato. In Siria invece verrebbe a mancare un argine in grado di contenere una ipotetica deriva integralista, un problema reso probabile dalla presenza di gruppi legati ad Al Qaeda operanti all’interno del fronte di opposizione.

La guerra civile sta poi danneggiando in modo incommensurabile il ricchissimo patrimonio archeologico della Siria, da una parte i ribelli saccheggiano i musei per rivendere al mercato nero i reperti e con i proventi acquistano le armi, dall’altra perché i luoghi teatro degli scontri, Aleppo, Homs, Damasco, sono tra le più antiche città del mondo e hanno un patrimonio straordinario che attraversa tutta la storia dell’umanità.  I depositi di armi chimiche e gli arsenali dell’esercito, possibili obbiettivi di potenziali raid aerei, sono dislocati nei pressi di siti archeologici come la città romana di Palmira, che potrebbero essere danneggiate in modo permanente dai bombardamenti.

I profughi di guerra, che oggi ammontano a circa due milioni di persone, sono ammassati in grandi campi allestiti negli stati confinanti con la Siria, soprattutto in Turchia e in Giordania, dove sorgono i campi più grandi, vere e proprie città prive dei servizi fondamentali. La presenza di un numero altissimo di profughi sta causando tensioni crescenti nei paesi ospitanti, che temono ripercussioni interne per questi afflussi continui incontrollati.

La situazione disastrosa in cui è precipitata la Siria è quindi destinata a peggiorare drammaticamente se fosse attuato un intervento militare,le cui ripercussioni inciderebbero anche su tutta l’area mediorientale, ma fortunatamente sembra che questa opzione non susciti molti consensi. L’Unione Europea ha posto come condizione d’intervento la copertura di un mandato dell’Onu, il parlamento della Gran Bretagna ha bocciato l’ipotesi di un’operazione militare, mentre gli Stati Uniti sono rimasti isolati nel G20 di San Pietroburgo, che però non ha prodotto alcun risultato concreto sulla questione siriana.

La proposta della Russia di porre sotto controllo internazionale i depositi di armi chimiche, è stata accettata sia dal governo di Damasco sia dai suoi alleati, Cina e Iran inclusi, ma anche dagli Stati Uniti, seppure con qualche riluttanza e sembra così destinata ad accantonare l’ipotesi di un intervento militare; la proposta è stata finora stranamente bocciata soltanto dal fronte d’opposizione, che lascia qualche dubbio sulla denuncia di un continuo utilizzo dei gas da parte delle forze governative a danno della popolazione. In ogni caso, il ritardo con cui si è deciso di affrontare il problema siriano, le divisioni politiche all’interno dell’Onu e la scelta, paventata più di una volta, di intervenire militarmente, senza tenere in considerazione gli effetti di una tale decisione, hanno portato ad un conflitto di proporzioni immani. L’intervento militare, per alcuni governi, poteva essere un modo per dirottare l’opinione pubblica da problemi interni che stavano erodendo consensi nei loro paesi, per altri un’esigenza dettata da ragioni ideologiche. La popolazione intanto subisce gli attacchi da parte di entrambi gli schieramenti, chi può permettersi di fuggire lascia la Siria verso i paesi vicini oppure alla volta dell’Europa, ma la stragrande maggioranza è costretta a restare nel proprio paese, distrutto da un conflitto interno dagli esiti ancora troppo incerti.

 

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