Legalizzazione, l’esempio del Portogallo
20 gennaio 2017 – 17:57 | Nessun commento

Se il termine “legalizzare” significa regolamentare, controllare e vigilare, allora, sono pienamente d’accordo sulla legalizzazione delle droghe leggere. Ad onor del vero, sono stato e sono tuttora favorevole ad un’azione volta a rendere legale, sotto il controllo diretto dello Stato, la vendita e la coltivazione della cannabis e dei suoi derivati per scopi terapeutici. Il concetto di legalizzazione che intendo io, implica una “libertà condizionata” nella produzione e nella vendita delle sostanze leggere e non di certo la nascita… Read more

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Università: ancora due anni di cattedra per i Baroni

Scritto da – 17 giugno 2013 – 16:434 commenti

Tenersi ben stretto il proprio ruolo di professore universitario, anche a settant’anni passati: è questa l’intenzione di molti, che, approfittando di una sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale un articolo della Legge Gelmini, faranno domanda per rimanere in servizio altri due anni. Costringendo molti ricercatori a vedere rimandato il giorno in cui il posto di ordinario potrà ricompensare i sacrifici e l’impegno di anni. Con quale onestà, in una situazione nazionale che è di dominio pubblico, un professore pretende di ingombrare la scena oltre la soglia dei settanta? La scusa della perdita di esperienza col ricambio generazionale non può reggere. Il passato ci mostra che un uomo come Wilamowitz (altri tempi, altri luoghi) non contribuì meno al sapere istituzionale perché ottenne la prima cattedra a 28 anni. Ma forse è meglio non allontanarsi troppo, con voli favolistici, verso un’epoca che sembra lontana almeno quanto gli antichi miti; allora basti pensare che questa esperienza così carente nei ricercatori non si può procurare a meno di non concedere loro qualche possibilità.Viene da chiedersi se sia vera mancanza di fiducia, e di conseguenza una sorta di eccesso d’amore per la propria disciplina, a spingere i professori a compiere questa scelta; o piuttosto l’indolente perpetuarsi, come di cosa naturale, di un atteggiamento ben radicato tra coloro che detengono qualunque tipo di potere.

Il livello di preparazione dei ricercatori, queste persone che, nonostante le prospettive grigie, nonostante le difficoltà che comporta la guerra senza esclusione di colpi per la carriera universitaria, nonostante tutto hanno deciso di consacrare la propria vita allo studio di una disciplina, e di farlo in Italia, non deve essere poi così scarso. Di sicuro l’amore per la propria materia è grande in loro. Ma non basta per sentirsi dire quel tanto anelato: “prego, avanti il prossimo”. Che strane situazioni offre il panorama contemporaneo: dal gran rifiuto di chi dovrebbe detenere una carica a vita, all’eterno “sì” di chi non vuole scendere dal piedistallo su cui gli è capitato di arrampicarsi. Ma questo è ancora vagare con la fantasia, e invece qui si sta parlando di fatti concreti, un comodo posto in cattedra e dei bei soldi.

Nessuno, è da intendersi, mette in dubbio le enormi competenze dei professori ora insediati, e ci mancherebbe. Il problema, però, è che ancora troppo spesso vengono messe in dubbio le competenze dei giovani, che finiscono per avere poche o nulle possibilità di prendere il posto dei loro maestri e diventare maestri a loro volta per quelli che verranno. È vero che non si finisce mai di imparare, ma a qualcuno piacerebbe anche insegnare. Anche se, a volte, si ha la sconfortante sensazione di essere di fronte a una generazione destinata a un’eterna posizione subalterna. Il circolo è vizioso. I ricercatori che oggi aspettano di diventare professori hanno davanti una schiera di docenti restii a cedere il passo, e alle spalle una nuova generazione di giovani che incombe; e questi ultimi sono agguerriti, sono cresciuti nella crisi sempre più nera, stanno affinando le armi per gettarsi nella mischia. Almalaurea conferma che i neolaureati italiani sono sempre più giovani, conoscono bene l’inglese, fanno esperienze all’estero. Certo, chissà quanti di questi ambiscono a una carriera universitaria. Ma possono essere, forse, un’altra minaccia per gli attuali aspiranti ricercatori?

I tempi sono quelli che sono, e lo sanno tutti. Proprio per questo motivo sarebbe bello vedere che, per una volta, non sono solo i giovani a preoccuparsi per i giovani, ma che tutti allo stesso modo siamo coinvolti e attenti. È un sacrificio evitare di prolungare il posto di docente universitario oltre il limite del pensionamento? Lo è, di fronte alla marea ribollente di ambizioni frustrate di una generazione di (sempre meno) giovani delusi? Ognuno, nessuno escluso, sia giovane o no, dovrebbe avere il coraggio di alzare gli occhi dalla propria situazione particolare e guardare in faccia chi lo circonda.

Sara Simoni


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