Legalizzazione, l’esempio del Portogallo
20 gennaio 2017 – 17:57 | Nessun commento

Se il termine “legalizzare” significa regolamentare, controllare e vigilare, allora, sono pienamente d’accordo sulla legalizzazione delle droghe leggere. Ad onor del vero, sono stato e sono tuttora favorevole ad un’azione volta a rendere legale, sotto il controllo diretto dello Stato, la vendita e la coltivazione della cannabis e dei suoi derivati per scopi terapeutici. Il concetto di legalizzazione che intendo io, implica una “libertà condizionata” nella produzione e nella vendita delle sostanze leggere e non di certo la nascita… Read more

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Contro l’arroganza degli estremisti: anch’io sono Malala

Scritto da – 23 settembre 2014 – 16:05Nessun commento

Ottobre 2012, un giorno ordinario nella valle dello Swat, in Pakistan. Un gruppo di ragazze esce da scuola e attraversando la strada, si reca nei pressi del bus che le riporterà a casa; all’improvviso un uomo sale sul veicolo e spara tre proiettili; tra le ragazze ce n’è una tutt’altro che ordinaria; il suo nome è Malala, ha appena quindici anni e quel giorno sarà colpita in pieno viso da uno dei proiettili. La colpa di Malala Yousafzai è stata quella di essersi esposta contro l’estremismo, contro i Talebani; ha voluto gridare al mondo la sua voglia di imparare, di studiare, di istruirsi e per questo dovrà morire.

Ma la forza di questa ragazza  è tale da portarla miracolosamente alla guarigione, inizia così il viaggio di una ragazzina che passerà in poco tempo dalla valle in cui è nata all’assemblea generale delle Nazioni Unite.

Un diario ha reso famosa Malala (scritto in Urdu per la Bbc e dove denuncia la situazione di Mingora, sua città natale), un supporto cartaceo sul quale annotare i proprio pensieri e che ha iniziato ad esser parte della sua quotidianità quando aveva soltanto undici anni; il suo è un diario particolare, di una certa caratura intellettiva, dai testi e dai concetti impegnati socialmente e politicamente.

Esempio eloquente ne è questo passo: “Ho fatto un sogno terribile ieri, con gli elicotteri militari e i talebani.  Faccio questi incubi dall’inizio dell’operazione dell’esercito a Swat. Mia madre mi ha preparato la colazione e sono andata a scuola. Avevo paura di andare perché i talebani hanno emanato un editto che proibisce a tutte le ragazze di frequentare la scuola, solo 11 compagne su 27 sono venute in classe, il numero è diminuito a causa dell’editto dei talebani. Per la stessa ragione, le mie tre amiche sono partite per Peshawar, Lahore e Rawalpindi con le famiglie. Oggi mentre tornavo a casa, ho sentito un uomo che diceva “Ti ucciderò”. Ho affrettato il passo, guardandomi alle spalle per vedere se mi seguiva. Ma con grande sollievo mi sono resa conto che parlava al cellulare. Minacciava qualcun altro.”

Uno stralcio di vita per capire contro cosa questa ragazza si batte, per comprendere le sue paure e partecipare alla sua battaglia mentre il rumore degli spari riempie le notti pakistane; si deve indubbiamente elogiare l’audacia con cui la giovane denuncia un regime che le vieta di istruirsi e la priva di diritti fondamentali.

L’attivista resta, ad oggi, un obiettivo per i Talebani. Lo ha dichiarato il portavoce del gruppo pakistano Shahidullah Shahid in un’intervista alla Cnn; “Considerando il fatto che continua la sua propaganda contro i Talebani, ha detto Shahid, Malala resta un obiettivo da colpire, se ce ne sarà la possibilità.”

Ma per la forza con cui ha affrontato ed affronta tutto questo, Malala (che scrive con lo pseudonimo di Gul Makai, “fiore di mais”), ha ricevuto il premio Sakharoz per la libertà di pensiero, che ha lo scopo di premiare personalità che si ergono a difesa dei diritti umani e delle libertà individuali; riconoscimento con cui sono stati insigniti personaggi del calibro di Nelson Mandela e Aung San Suu Kyi e per cui la giovane pakistana è stata preferita ad altri candidati, tra cui ricordiamo: Edward Snowden, l’ex funzionario della National security agency che ha aperto il caso Datagate, il russo Mikhail Khodorkovsky, oppositore di vecchia data al governo di Vladmir Putin e l’uomo che durante la rivolta del parco Gezi di Istanbul rimase in piedi per ore davanti alla bandiera turca, per protestare pacificamente contro il governo di Erdogan.

Il 01 febbraio del 2013, il partito Laburista Norvegese promuove in via ufficiale la sua candidatura al Premio Nobel per la pace e Malala diventa la candidata al premio più giovane mai esistita, basti pensare che l’età media di coloro che lo hanno ricevuto è di 62 anni.

Ha la voce ferma questa giovane donna e la ostenta nella piena consapevolezza di essere un simbolo; ferita per aver difeso le donne ed il loro diritto allo studio, si è poi posta con forza contro i Talebani, preoccupati a suo dire, della forza dell’istruzione, specialmente quella femminile; perché l’integralismo teme il cambiamento, l’uguaglianza all’interno della società e soprattutto l’autonomia della donna.

L’integralista resta ostinato e cieco nella sua visione, falsificando l’Islam e stravolgendone la visione nel mondo occidentale; ma la maggioranza dei musulmani è scesa in piazza a manifestare per Malala, per le vittime (anche musulmane) dell’ 11 settembre, per l’uccisione dell’ambasciatore statunitense Christopher Evans, ucciso a Bengasi nel 2012.

Malala dimostra che nel mondo non c’è più posto per la fede criminale, la sua storia è una rivoluzione che vuole dar voce ai sessantuno milioni di bambini a cui viene negata l’istruzione, bisogna lottare perché un libro ed una penna sono armi che possono cambiare il mondo.

E mentre nel suo paese si continuano a diffondere teorie di cospirazione per diffamarla, lei diventa anche il simbolo dell’emancipazione femminile. A sostegno di tutto ciò, anch’io sono Malala, Malala sono tutte le donne oppresse che combattono per i propri diritti, che si ribellano ai soprusi, che non sono subordinate a niente e a nessuno.

Perché in fondo la rivoluzione si fa così. Senza paura.

 

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