Legalizzazione, l’esempio del Portogallo
20 gennaio 2017 – 17:57 | Nessun commento

Se il termine “legalizzare” significa regolamentare, controllare e vigilare, allora, sono pienamente d’accordo sulla legalizzazione delle droghe leggere. Ad onor del vero, sono stato e sono tuttora favorevole ad un’azione volta a rendere legale, sotto il controllo diretto dello Stato, la vendita e la coltivazione della cannabis e dei suoi derivati per scopi terapeutici. Il concetto di legalizzazione che intendo io, implica una “libertà condizionata” nella produzione e nella vendita delle sostanze leggere e non di certo la nascita… Read more

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Libia, l’alba dell’odissea

Scritto da – 24 marzo 2011 – 00:12Nessun commento

La guerra inizia sabato 19 marzo. Il colonnello Muhammar Gheddafi si disinteressa del cessate il fuoco stabilito dall’Onu con la risoluzione 1973, appena votata. I suoi tank continuano a marciare su Bengasi e le città ribelli. E il dado è tratto. Le operazioni sono in mano al Governo americano, a cui risponde una “coalizione di volenterosi”. In testa la Francia di Nicolas Sarkozy che schiera lo stormo di caccia più numeroso. Gli altri volenterosi sono più di quindici intrepidi, da cui si chiamano fuori la Germania (da sempre poco interessata alla faccenda), la Turchia (idem come sopra), la Russia (“La chiamata alle armi mi ricorda una crociata medievale”, ha detto Putin) e la Cina (che però ha portato per la prima volta nella storia una sua nave nel Mediterraneo, per portare in salvo i suoi connazionali sul territorio). Lega araba e Unione Africana garantiscono il loro appoggio. L’obiettivo dichiarato è quello di preservare la popolazione, vietando ai caccia di Gheddafi di sorvolare i cieli di Cirenaica e Tripolitania. L’unico impedimento all’azione militare occidentale, finora, consiste nel divieto di schierare armate di terra.

“Odyssey dawn”: l’alba dell’odissea, recita il nome dell’operazione militare. Spiccano il volo gli aerei da guerra. Molti dei quali dal Sud Italia. Dall’isola di Nisida, Sigonella, Aviano, Trapani, Gioia del Colle. L’Italia è una portaerei americana con la con la cabina di comando a Napoli Capodichino. Dove, ovviamente, siedono gli americani.

Intanto a Tripoli il palazzo del raìs Gheddafi si sbriciola in macerie. Sono francesi, probabilmente, gli ordigni che lo radono al suolo. Qualcuno accusa i transalpini d’aver ucciso anche civili. Loro negano. Nel frattempo Gheddafi risponde al fuoco rovesciando una pioggia di bombe su Tripoli e Misurata, le due capitali ribelli. Un codazzo di civili a favore di Gheddafi si riversa nelle strade a difesa dei target della Royal air force, che domenica 20 deve desistere dall’attaccare. Gheddafi non ha scrupoli nell’usare scudi umani.

Un pilota libico che aveva disertato l’esercito della Jamahiryia si è schiantato, pochi giorni fa, sulla caserma di Bab al-Azizia, poco lontano dalla capitale. Proprio a seguito di quell’esplosione, il sesto figlio di Gheddafi, Khamis, ha riportato numerose ferite. Il 21 marzo si rincorrono le voci di un suo decesso. Davanti alla caserma resiste, intatta, una mano dorata stritola un missile marchiato Usa. Ironia della sorte. Quel monumento fu costruito a seguito del bombardamento che il presidente americano Ronald Regan ordinò su di essa, nel 1986.

Il ministro degli Esteri Franco Frattini, da Bruxelles, chiede che la missione passi sotto l’egida della Nato: “Senza il comando dell’Alleanza atlantica – tuona – ci riprendiamo il controllo delle basi”. Ma nessuno gli crede. Al di là dell’Oceano, intanto, si consuma un conflitto sempre più logorante interno all’establishment statunitense: clintoniani da una parte, obamiani dall’altra. Maurizio Molinari de La Stampa ricorda che il pallino della politica estera – di fatto- è sempre stato in mano ai primi. Non foss’altro per l’esperienza maturata negli anni di Bill e perché alla plancia di comando del Dipartimento siede la signora Hillary Rodham Clinton. Questa generazione di diplomatici era al potere ai tempi della Somalia, del Rwanda, della Bosnia. Conflitti dai quali la comunità internazionale distolse lo sguardo, lasciando che si perpetrassero per anni. I clintoniani non vogliono incorrere nello stesso errore e invocano la dottrina del “Responsibility to Protect (R2P)” (Responsabilità per proteggere). Con essa gli statunitensi si sentono investiti del ruolo di poliziotto buono del mondo, pronto a randellare laddove i diritti umani sono negati. Con l’appoggio, sia chiaro, della comunità internazionale.

Eppure qualcosa non torna. Perché intervenire ora con una no fly zone, sotto pressione del piccolo Napoleone Sarkozy a cui prudevano le mani tant’era la voglia di intervenire in Libia? Non era inevitabile che la risoluzione non sarebbe mai stata rispettata da Gheddafi? La comunità internazionale spinge per intervenire, ma per fare cosa? Secondo Micah Zenko, del Council of Foreign Relations, è un problema di strategia: i volenterosi vogliono abbattere Gheddafi, sporcandosi le mani (ed impegnandosi) il meno possibile. Vogliono conseguire un obiettivo massimale con una strategia minimale. Per di più, suggerisce Zenko, non sappiamo nemmeno chi sono i ribelli. Li appoggiamo solo perché hanno saputo toccare le corde mediatiche giuste, perché hanno lasciato trasparire un’immagine dialogante, alla ricerca della sponda occidentale. La conclusione più amara la trae Robert Kaplan, inviato in Libia per Foreign Policy: “Una volta che attacchiamo – scrive – ci caricheremo del problema, in altre parole come in Iraq e in Afghanistan”.
E questa considerazione, da sola, vale più di mille analisi politiche.

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