Legalizzazione, l’esempio del Portogallo
20 gennaio 2017 – 17:57 | Nessun commento

Se il termine “legalizzare” significa regolamentare, controllare e vigilare, allora, sono pienamente d’accordo sulla legalizzazione delle droghe leggere. Ad onor del vero, sono stato e sono tuttora favorevole ad un’azione volta a rendere legale, sotto il controllo diretto dello Stato, la vendita e la coltivazione della cannabis e dei suoi derivati per scopi terapeutici. Il concetto di legalizzazione che intendo io, implica una “libertà condizionata” nella produzione e nella vendita delle sostanze leggere e non di certo la nascita… Read more

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Robinson Crusoe, l’isola come simbolo di civiltà

Scritto da – 27 dicembre 2011 – 18:07Un commento

Sono svariati i temi presenti nelle pagine del Robinson di Defoe. Il primo è senza dubbio quello religioso, pervadente ed onnicomprensivo, fin quasi ad irritare il paziente lettore. Seguono altre tonalità di colore: il contesto puritano, il mondo dei viaggi e dei commerci con popoli semi sconosciuti, la filosofia empirista. Ciò che merita attenzione, in un libro che ha ispirato generazioni di scrittori e in qualche misura fondato un genere letterario, raccogliendo intorno a sé una fitta congerie disorganica di aborti narrativi antecedenti, ancora troppo acerbi per essere considerati ‘romanzi’, è però l’ambizione di descrivere la civiltà in assenza di civiltà. Al ricco e pragmatico Defoe, che fece la sua fortuna esercitando il mestiere del traffico mercantile, ben prima di divenire il padre del romanzo moderno e di riscoprirsi abile con la penna non solo per registrare entrate e uscite, dobbiamo la solidità di un mondo magmatico, rappreso intorno alla figura di Robinson Crusoe. Questo cocciuto marinaio, naufragato sulle spiagge di un’isola sperduta alla foce dell’Orinoco, ricostruisce pezzo per pezzo il mondo che ha abbandonato, rifondandolo primigeniamente.

Nelle vesti di artefice del proprio destino, fabbrica piatti, scodelle, posate, attrezzi per la coltivazione e la cucina. Ripercorre la storia del genere umano dai tempi arcaici della sedentarizzazione, dissodando e mettendo a coltura terreni, fortificando la sua capanna, provvedendosi di scorte e mantenendo aperto il colloquio con un Dio severo ma comprensivo.

L’insegnamento di fondo è che un fazzoletto di civiltà europea era possibile perfino in luoghi selvaggi, fin nelle acque australi del Brasile poteva giungere lo straordinario progresso della società moderna, incarnata nell’ottimismo anglosassone. La scodella di terracotta, che tanto aveva impressionato Virginia Woolf, ne è in questo senso l’emblema. Come non meravigliarsi della fiducia che Defoe quindi riponeva nell’uomo, se arrivò ad esaltarlo tanto da crederlo capace di bastare a sé stesso. Che sia per questo motivo che la presenza dell’Alto è così sfibrante? Defoe dovette accorgersi di aver dato vita ad un uomo troppo sublime, a cui Dio non serviva più, perché gli si era sostituito nell’atto esclusivo della creazione. Così corse ai ripari per non essere tacciato di materialismo, e sommerse quel suo peccato originale di ubris con ettolitri di cristianesimo. Ma una volta bonificata, la sua storia rimane un elogio della fattività umana.

Ricordiamo che l’uomo non era ancora entrato nella crisi di identità che tuttora lo abita, ed era capace di grandi imprese, come ad esempio ricreare ex nihilo, e in proporzione, un mondo intero. Le parole di Hegel sul romanzo, quale moderna epopea borghese, sono troppo atee per un Defoe. Ma nella tranquillità della sua casa di Moorfields, se un ospite entusiasta di quel Robinson gli avesse suggerito che forse aveva riscritto la genesi come se fosse stata opera dell’uomo, egli avrebbe probabilmente annuito compiaciuto e non si sarebbe scomposto più di tanto.

Robinson Crusoe possedeva la scienza del dettaglio. Mediante l’osservazione di quello che aveva e di quello che gli mancava, si metteva al lavoro per realizzarlo. Una linearità di procedimento che avrebbe sconvolto un Vitangelo Moscarda, in dubbio perfino sui pronomi. Se gli fosse servito un vomere più resistente, avrebbe scelto un albero dal legno più forte, e a colpi di coltello avrebbe forgiato un aratro migliore. Aveva dalla sua tutto il tempo necessario, nessuna moglie petulante che gli urlasse che la cena si stava freddando, uno stomaco vuoto da riempire, non c’erano mail da controllare, gazzette che almanaccassero sulla presunta infelicità dei tempi che correvano, e poteva lavorare sereno.

Concludendo, se vi sorgesse la curiosità di visitare l’insediamento di Robinson, innanzitutto non vi sarebbe impossibile recarvi di persona sulla suddetta isola, e constatare coi propri occhi quell’embrione di civiltà andare avanti da solo, con la sua cittadinanza multietnica, i suoi schiavi e i nuclei abitativi. Era la versione in piccolo dell’Europa. Pur sempre divisa dagli odi nazionalisti, ma soprattutto sorretta da un bisogno comune di sopravvivenza. Appesi ai pali delle capanne non troneggiavano crocifissi oracolanti a monito di una vita di devozione verso una causa ultraterrena, ma una modesta scodella di terracotta, fabbricata dalle mani operose del peggiore dei marinai e del migliore dei capostipiti.

 

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