1983. Butterfly, l’indefinibile natura dell’amore
20 luglio 2016 – 08:29 | Nessun commento

In occasione della ventunesima edizione del Festival delle Colline Torinesi, alle Fonderie Teatrali Limone ha fatto il suo debutto 1983. Butterfly, la nuova produzione della Piccola Compagnia della Magnolia che aggiunge un secondo lavoro al progetto teatrale Bio_Grafie, iniziato l’anno passato con lo spettacolo Zelda – Vita e Morte di Zelda Fitzgerald. Una storia di amore, spionaggio e identità, quella raccontata in 1983. Butterfly, che ripercorre la vicenda realmente accaduta di Bernard Boursicot, diplomatico francese che si ritrovò… Read more

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Chi ha paura di Ai Weiwei? La campagna di liberazione dell’artista cinese arrestato per le opere di denuncia al regime

Scritto da – 21 ottobre 2011 – 13:50582 commenti

Il suo caso è ormai leggenda. Il 3 aprile 2011 l’artista cinese Ai Weiwei, celebre per le provocatorie opere di denuncia al regime, è arrestato per non meglio precisati crimini economici. Gli 81 giorni della sua detenzione diventano per la comunità artistica internazionale stillicidio di tweet. Parte il tam-tam mondiale per la sua liberazione. L’associazione freeaiweiwei.org ci tiene costantemente aggiornati: grandi musei gli dedicano rassegne, lo slogan “Where is Ai Weiwei?” fa il giro del mondo, si raccolgono firme per la scarcerazione. La prigionia dell’artista libera le idee che il regime tenta di reprimere e le immagini del suo lavoro rimbalzano sui social network. Il 22 giugno Ai viene rilasciato, più che altro per placare le critiche: l’artista si trova ancora agli arresti domiciliari, con il divieto di rilasciare interviste, di utilizzare internet e parlare con i suoi avvocati. Ai ha dei precedenti. Artista concettuale, regista, architetto, networker, attivista politico, dopo gli studi alla Film Academy di Pechino, negli anni ‘80 fonda il collettivo d’avanguardia The Stars, per la libertà creativa individuale contro la cultura dominante del realismo socialista. Vive a New York dal 1981 al 1993. Al ritorno in Cina la denuncia sociale prende forma con ogni media: scultura, video, performance, intervento politico. Collabora alla progettazione dello stadio di Pechino, attrae l’attenzione per la serie di fotografie Study of perspective, che ritraggono un dito medio davanti ai principali edifici-simbolo del potere. Il blog nel quale racconta gli orrori della Cina postmoderna è oscurato dalla censura del regime. Nel 2010 presenta So Sorry: in mostra le scuse di governi, industrie e compagnie transnazionali che avevano provocato danni irreparabili alla popolazione, e Remembering, novemila zainetti a comporre la scritta “Visse felice per sette anni in questo mondo”, dedicata ai bambini morti nel crollo delle scuole durante il terremoto del Sichuan del 2008. Le indagini svolte sulle scuole, costruite senza rispettare le norme di sicurezza, gli costano l’arresto e la distruzione dello studio a Shangai da parte della polizia cinese. Ai torna alla ribalta nel 2011 con i Sunflower seeds per la Tate, milioni di semi di girasole in porcellana dipinti da centinaia di artigiani cinesi: tra artigianato locale e sfruttamento Made in China, sono i semi della libertà di quel popolo che la propaganda di regime voleva come girasoli rivolti verso il sole di Mao.
L’arresto di aprile avviene all’aeroporto di Hong Kong con generiche accuse di evasione fiscale. Da quel momento, il silenzio. Ma la comunità internazionale si fa sentire. Creative Time di New York, chiama a raccolta gli artisti con il progetto 1001 chairs for Ai Weiwei, l’invito a portare sedie alle ambasciate e ai consolati cinesi di tutto il mondo per “sedersi pacificamente in supporto dell’immediato rilascio dell’artista”. La Guggenheim Foundation e l’International Councils of Museums raccolgono più di novantamila firme. Il Museum of Contemporary Art di San Diego indice uno sciopero del silenzio di 24 ore. La Lisson Gallery gli dedica un gigantesco ritratto sulla facciata e una mostra, come alla Somerset House e al Fotomuseum di Winterthur. E l’amico Olafur Eliasson gli promette un posto all’Accademia di Berlino. La protesta avanza anche dal basso: sul web, con lo slogan in ideogrammi cinesi “Love the Future” e nelle città. Ad Hong Kong diventa street art campaign, guerriglia urbana per immagini. Slogan e immagini a stencil appaiono su marciapiedi, facciate di edifici e cavalcavia. Cpak Ming proietta la gigantesca immagine di Ai su edifici della polizia, dell’esercito e del governo. Alla biennale di Venezia tutti indossano la borsa rossa con la scritta “Free Ai Weiwei”. Soltanto il 28 agosto la voce di Ai rompe il silenzio contravvenendo ai divieti con un articolo apparso su Newsweek, nuovo attacco alla Repubblica Popolare Cinese.  Eppure, per le strade di Hong Kong, di Venezia e di New York, è proprio la sua immagine a farci sentire parte di qualcosa. Combattendo per la sua libertà, guadagniamo la nostra. Intervento estetico globalizzato, la libertà di espressione è la sua opera d’arte.

“Without freedom of speech there is no modern world, just a barbaric one”, Ai Weiwei

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