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ISRAELE E PALESTINA
La guerra infinita
L'operazione "piombo fuso" demolisce Gaza
Edifici
sventrati, corpi ammassati e il fischio delle sirene; le invocazioni ad
Allah delle donne in lacrime, nascoste nei loro hijab, i veli palestinesi.
Il silenzio terrificante delle macerie. Gli ospedali rigurgitano feriti. Il
sangue trasuda dagli edifici sventrati; la paura sgorga dagli occhi degli
sfollati che hanno visto la morte cascare dal cielo, che hanno visto
l’esercito israeliano tornare a ad occupare gli slums di Gaza, dopo
che il 21 agosto 2005, per ordine dell’ex premier Sharon (in coma da due
anni), anche l’ultimo carro armato aveva lasciato il territorio palestinese.
Per non tornarci mai più, dicevano gli accordi firmati con Abu Mazen, leader
di al-Fatah, al governo in Cisgiordania.
Il 27 dicembre 2008 gli F16 del potente esercito d’Israele hanno sganciato le prime bombe sui territori della Striscia. La notte tra il tre e il quattro gennaio 2009 l’esercito è entrato nei tortuosi cunicoli di Gaza City. L’operazione militare “Piombo fuso” ha causato la morte di 1001 palestinesi e di 10 soldati israeliani (fonte: Afp, 14 gennaio). La sproporzione è agghiacciante. In sette anni di ininterrotto lancio di missili, i palestinesi hanno ammazzato 40 persone.
Eppure, se ci fosse giustizia, questi morti – israeliani o palestinesi, non fa alcuna differenza- non ci sarebbero stati. Di questi cadaveri verrebbe ricordata l’identità, il volto, la storia. L’uccisione anche solo di uno di loro dovrebbe essere un’onta per la forza armata che ha spezzato l’ennesima vita in Terrasanta.
Invece, il cinismo della guerra non ha memoria. Le cogitazioni politiche si limitano ad un bilancio numerico. E il drammatico spoglio dei dati si ripete, immutabile, da quando Ben Gurion, il 14 maggio 1948, ha annunciato la nascita dello stato d’Israele. Anche questo è uno dei drammi di questa guerra: la sua straziante ripetitività. I media, ormai, la raccontano come se fosse un mito, una leggenda. Come la tragica guerra che non finisce mai. Nessuno spiega le radici profonde, né quelle più superficiali, di questa funesta storia.
Sderot e Ashkelon sono le città israeliane più vicine al confine palestinese. Dal 2001 le loro sirene antimissilistiche suonano giornalmente, con una frequenza sempre più alta. Le rispettive cittadinanze vivono sotto sedativi, per non impazzire. Per quanto i missili Qassam sparati da Hamas siano degli armamenti obsoleti e inefficaci – tanto che non esplodono una volta arrivati a terra- la gente è esasperata. «Non è possibile non reagire, permettere che una città venga bombardata per sette anni!» dice Surika, che abita a nord, in Galilea, nel kibbutz Shamir. Dal punto di vista israeliano, è inaccettabile subire un costante attacco missilistico da un territorio che dal 2005 non è più occupato dall’esercito, tanto più che non reagire paleserebbe una debolezza di cui nemici militarmente più attrezzati, quali gli Hezbollah libanesi e l’Iran di Ahmedinejad, potrebbero approfittarne. Da ultimo, a febbraio in Israele sarà tempo di elezioni e la troika Olmert (premier)- Livni (ministro degli esteri) –Barak (ministro della difesa), se vuole scongiurare il rischio di lasciare il potere nelle mani di Netanyahu, uno dei più intransigenti oppositori della pace con Hamas, deve mostrare i muscoli e conquistare l’elettorato. Così, alla fine dello scorso anno, ha inizio “Piombo fuso”, con lo scopo di annientare, sia militarmente, sia politicamente, Hamas.
A Gaza, Hamas (movimento di resistenza islamica) governa da quando, nel febbraio 2006, sconfisse al-Fatah, partito più moderato, al potere in Cisgiordania. Alcuni ispettori delle Nazioni Unite, dopo i conteggi alle urne, hanno garantito circa l’effettiva democraticità delle elezioni. Ma ciò non ha impedito una sistematica criminalizzazione del movimento.
Hamas nasce il 14 dicembre 1987, poco dopo l’inizio della prima intifada (8 dicembre), sotto la leadership di Ahmad Yassin, in seguito assassinato da Israele. In un documento datato 1988, Hamas dichiara la sua identità ad una potenza europea: «Il Movimento di resistenza islamica (Hamas) è un movimento nazionale per la liberazione della Palestina che combatte per i legittimi diritti dei palestinesi. […] Il solo quadro di riferimento ideologico di Hamas è l’Islam». Fondamentalismo religioso è nazionalismo costituiscono la linfa vitale del movimento. Secondo molti sionisti e molti mezzi d’informazione occidentali, a questi va aggiunto l’antisemitismo, tanto che fine ultimo di Hamas sarebbe la distruzione dello Stato d’Israele.
Khaled Hroub, giornalista di Al Jazeera, nonché direttore dell’Arab Media Project presso la Cambridge University, nel suo libro Hamas (Bruno Mondadori, 2006) espone una tesi differente: «Ebrei e arabi sono ambedue popolazioni semitiche. Quindi, per evitare contraddizioni, sarebbe meglio parlare di antiebraismo. […] [Tuttavia] la tolleranza verso gli ebrei e i cristiani trova le sue radici nel Corano […] [perciò] in linea di principio non c’è alcuna base teologica per una discriminazione religiosa […]. Quindi, a voler essere corretti, bisogna dire che Hamas è fortemente antisionista, non antiebraico, dove con il termine “sionista” si intende “una persona o un gruppo il cui intento è instaurare uno stato ebraico in Palestina”». Il giornalista aggiunge che nessun documento del movimento afferma che il suo obiettivo sia la “distruzione di Israele” ma sempre “la liberazione della Palestina” (nel testo di Hamas, però, resta vaga la soluzione prevista per la questione palestinese. Secondo il giornalista, anche per gli esponenti di Hamas, «seppur con riluttanza», l’unica possibilità è la coesistenza di due paesi separati). Nonostante il movimento islamico non abbia ancora riconosciuto lo stato ebraico, nulla vieta che ciò possa accadere in futuro. A patto che Israele riconosca l’esistenza socioculturale e politica di Hamas, e che la comunità internazionale smetta di bollarlo come movimento terroristico. Hamas è organizzato in una struttura complessa, che opera a Gaza in ogni settore della vita pubblica, dall’istruzione ai servizi di pulizia delle strade, e proprio su quest’attività estremamente concreta fonda il suo consenso. Il braccio armato, le brigate Izzedin al-Qassam, sono solo una delle facce del movimento. Quella tristemente più nota. Quella che ammazza la popolazione civile israeliana con razzi e attentati kamikaze. Tuttavia, ciò non giustifica l’arroganza con cui Israele ignora lo status politico di gruppo di resistenza palestinese. Per quanto violenti siano gli strumenti di lotta, Hamas resta un movimento nato per «liberare la Palestina» e, soprattutto, un organo politico legittimato dalla decisione alle urne elettorali.
Se, da un lato, è vero che il popolo palestinese è accecato dalla propaganda nazionalista di matrice islamica, dall’altro è altrettanto vero che quello israeliano vive nella menzogna di mezzi di comunicazione asserviti alla causa sionista, per i quali criticare la palese sproporzione del contrattacco israeliano, come stanno facendo il quotidiano Ha’aretz e lo scrittore David Grossman, significa essere antipatriottici. Buona parte dell’intellighenzia israeliana, così, continua a difendere l’operato del premier. «Non avevamo altra scelta», dice lo scrittore Abraham Yehoshua. «Oggi come durante la guerra del 2006 in Libano non c' è una distinzione facile fra civili e combattenti. I missili sono nascosti nelle case dei civili. La maggior parte dei morti sono combattenti di Hamas: Israele sta provando a non fare vittime civili. […] Voglio ricordare che Hamas uccide solo civili israeliani. Io so che le sofferenze della gente di Gaza sono maggiori di quelle che stanno vivendo oggi gli israeliani del sud. Ma non possiamo fare il paragone solo in questi termini. Non è il forte esercito di Israele contro le primitive armi di Hamas. Hamas è pronta a far soffrire la sua gente molto più di quanto Israele sia pronto a far soffrire i suoi cittadini». Come sempre accade in Terrasanta, la verità dei fatti si nasconde dietro ideologie contrapposte. E sfugge a coloro che osservano da lontano.
Mentre la gente delle città di confine israeliane ammattiscono sotto la quotidiana pioggia di missili Qassam, a Gaza mancano acqua, viveri, elettricità e petrolio. È il 27 giugno 2007: Israele decide di chiudere il valico nordorientale della striscia di Gaza. L’Egitto di Hosni Mubarak chiude il quello di Rafah, al confine con la penisola del Sinai.
Quell’embargo che doveva impedire il traffico di armi palestinese ha messo in ginocchio la popolazione civile e incrementato la popolarità di Hamas. D’altronde, il solipsistico comunismo della Cuba dei Castro è un monito contro quel tipo di provvedimento: in cinquant’anni di stenti non hanno mai abbandonato la plancia di comando. In più, sotto il valico di Rafah sono stati costruiti dei tunnel sotterranei, in mano agli egiziani, da cui continua ad arrivare il tritolo necessario alla fabbricazione dei Qassam. Anche perché «Non vi è frontiera al mondo che sia impermeabile all’ingresso di quantitativi così modesti», scrive l’inviato di Repubblica Guido Rampoldi. Senza contare la proficuità dello scambio non solo per i palestinesi ma anche per le tribù beduine che posseggono i valichi. Le bombe israeliane li hanno portati alla luce. Sono stimati in circa 900 unità.
Ma era davvero necessario un embargo ed un conflitto da più di mille morti per chiudere dei passaggi di armi?
La comunità internazionale barcolla di fronte alla tragedia mediorientale. Obama è appena entrato nella Casa Bianca e già si trova ad affrontare un tema di cruciale importanza. Come comportarsi nei confronti del governo israeliano? Bush aveva scelto la via del “consenso preventivo”, assecondando così il volere della lobby ebraica americana, un potentato economico da cui attingere moltissimi voti. Ma la crisi israelo-palestinese è figlia anche di quella sciagurata scelta.
E l’Europa? Come può un continente ancora frastornato di fronte alle sofferenze inferte al popolo ebraico, che non ha ancora debellato l’antisemitismo e che si sente corresponsabile dell’ingestibile situazione in Palestina, schierarsi contro l’unico baluardo del mondo occidentale in Medio Oriente? Per di più, per i palestinesi il tempo si rivela un grande alleato in virtù di una crescita demografica doppia rispetto a quella degli israeliani.
John Berger, dalle pagine di Internazionale, grida, ad alta voce, un’incontestabile verità: «Oggi, con gli attacchi su Gaza, è diventato chiaro a tutti qual è il calcolo che in modo nascosto è sempre stato presente: la morte di un israeliano giustifica l’uccisione di centinaia di palestinesi. […] È un’affermazione profondamente razzista che ha accompagnato e giustificato la più lunga occupazione di un territorio straniero nel ventesimo secolo».
Il vaso di Pandora si è rotto per l’ennesima volta.
LORENZO BAGNOLI
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