Legalizzazione, l’esempio del Portogallo
20 gennaio 2017 – 17:57 | Nessun commento

Se il termine “legalizzare” significa regolamentare, controllare e vigilare, allora, sono pienamente d’accordo sulla legalizzazione delle droghe leggere. Ad onor del vero, sono stato e sono tuttora favorevole ad un’azione volta a rendere legale, sotto il controllo diretto dello Stato, la vendita e la coltivazione della cannabis e dei suoi derivati per scopi terapeutici. Il concetto di legalizzazione che intendo io, implica una “libertà condizionata” nella produzione e nella vendita delle sostanze leggere e non di certo la nascita… Read more

Leggi l'articolo completo »
Società

immersione esistenziale del tessuto del sociale

Politica

Dagli alti ideali ai bui sottoscala del Parlamento. Spaccato sulla sfera Politica di una Italia in declino

Scuola e Università

Vita tra le mura d’Ateneo: l’orizzonte universitario

Cultura

Arte, Musica, Letteratura. Dalle Humanae Litterae, il pane dell’Anima

Informazione

Dalla televisione alla carta stampata. Le mille sfumature del giornalismo.

Home » Cinema

Politica degli Autori: i Taviani e l’idea di “Educazione alla Libertà”

Scritto da – 28 maggio 2012 – 17:4697 commenti

Non è un “cinema per vecchi” quello dei Taviani, premiati con l’Orso d’oro all’ultima edizione del Festival di Berlino (come non lo è il cinema Italiano tout court, data la qualità di certe opere prime di autori emergenti nostrani, si vedano i casi Rohrwacher e De Serio!). Per quanto ottuagenari, con alle spalle una consolidata e onorata carriera di cineasti d’autore, i fratelli Paolo e Vittorio Taviani, realizzano e propongono al grande pubblico l’opera, “Cesare deve morire”, che rielabora i codici espressivi della loro passata cinematografia, per lo più in costume e d’ispirazione romantica, pur lasciando inalterata la loro più originale cifra di osservatori del tessuto politico e sociale.Fermo restando la trasposizione scenica di fonti letterarie, in questo ultimo caso “Giulio Cesare” di Shakespeare, all’ambientazione scenografica naturalistica, funzionale all’immedesimazione e all’assorbimento estetico, i registi scelgono un contesto che è di per sé luogo/condizione significante, il carcere contemporaneo, capace da un lato di ri-semantizzare la rappresentazione tragica ivi collocata, dall’altro di ergere quest’ultima ad imprescindibile strumento di risanamento socioculturale.Si tratta di una docu-fiction, certo, perché gli interpreti sono reali reclusi nella sezione di Alta Sicurezza del carcere di Rebibbia a Roma, interpreti di se stessi, che vestono i panni dei protagonisti Shakespeariani, figure di vicende umane, prima che storiche, di lealtà e tradimenti nelle alte sfere del potere; ma la ricostruzione documentata, programmaticamente dichiarata attraverso tutte le tappe del laboratorio teatrale (i provini, la comprensione dei testi, le prove, ecc …) non esclude affatto che la visualizzazione più intima ed emotiva del percorso educativo (che non si esaurisce nell’apprendere una grande opera, bensì nel metabolizzarne profondamente l’epica) prenda il sopravvento, astraendosi dai ruoli per ripensare se stessi, fuori (come accade a Salvatore Striano, ex detenuto ora attore professionista) e dentro il carcere.

In questa dimensione interiore i partecipanti si misurano con consapevolezze, di volta in volta sempre più ingombranti in una condizione forzata di reclusione, a cui i registi legano metaforicamente una struttura temporale circolare, dove inizio e fine coincidono nella rappresentazione teatrale dinanzi al pubblico entusiasta, quasi a voler alludere all’unico sfogo di libertà possibile tra le mura del carcere, ovvero la traslazione scenica. Se la pena non ha una fine, quali frutti potrà allora dare la ri-educazione condotta sino ad ora ? Ipotesi di conforto nello studio, nella contemplazione e realizzazione di altre opere artistiche, ma non di certo meno sofferenza, quella sancita dalle lapidarie frasi pronunciate in chiusura del film: ”Da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è diventata una prigione!”. Perché in fondo non si discute affatto l’ineluttabilità, intrinsecamente umana, di una espiazione. Anche per questo, assassinio o sacrificio, Cesare “deve” morire!

Simile, per certi versi di contenuto e forma, torna alla memoria un altro capolavoro dei Taviani, “Padre padrone” (Palma d’oro al Festival di Cannes nel 1977) al cui fianco quest’ultima loro opera si pone quasi come un proseguimento ideologico. In “Padre padrone” il protagonista, Gavino Ledda, pastore-glottologo Sardo, nei panni di se stesso introduce lo spettatore alla ricostruzione romanzata della propria vita, agita da attori professionisti. La parabola di un ragazzino, vittima della prepotenza patriarcale nelle arcaiche comunità pastorizie, a cui è preclusa l’istruzione minima, ma che non rinuncerà mai al sogno di affrancarsi dal destino segnato, che lo vuole analfabeta, brutale e soma da lavoro, per giungere non solo alla libertà fisica, ma soprattutto intellettuale, intraprendendo da adulto un regolare corso di studi.

Anche nel caso di Gavino i contatti relazionali e l’istruzione, come basi di crescita e maturità consapevole, giungono in modo trasversale, ovvero durante l’arruolamento militare impostogli dal padre, quindi in uno stato di forte pressione restrittiva e psicologica. Maggior sostegno alla similitudine tra le due opere è fornita dalla scelta autoriale di lasciare che Gavino dia per la prima volta voce alle proprie sofferenze attraverso la citazione di un classico letterario, l’Eneide, quale espressione autentica e sublimata del dolore; così come giungeranno a comprendere in “Cesare deve morire” gli attori del caso.  Al termine della narrazione Gavino Ledda enuncerà in prima persona un lucido e lungimirante monito sul potere e l’autorità, proprio ritornando con la mente al principio da cui tutto ebbe origine: l’aula scolastica, l’abbraccio sofferto con l’insegnante, incapace di trattenerlo quando avrebbe dovuto . Ed in “Cesare deve morire”s’incorre, in ultima istanza, nella stessa domanda: ma questa missione di ri-educazione catartica e salvifica, non sistematica e per lo più promossa da volontari (come il regista Fabio Cavalli, prezioso collaboratore per i Taviani o Davide Ferrario, regista dell’apprezzato  “Tutta colpa di Giuda”) non rimanda direttamente all’atavica impotenza dell’istituzione scolastica, prima agenzia di formazione e preparazione all’essere cittadini di una società civile?

S’insinua inevitabile l’ipotesi di una vita potenzialmente diversa, qualora gli uomini di Rebibbia avessero incontrato l’ “Arte” in età scolare, piuttosto che educatori scoraggiati, strutture inadeguate, se non solo anacronistici e sterili programmi d’istruzione ministeriale? Non è questa certo la sede per un digressione critica sulla evoluzione/involuzione della scuola Italiana, ma il film dei Taviani si pone irrimediabilmente in un gioco di incastri sociopolitici, filosofici e non da ultimo legislativi, che sprofondano nella riflessione sullo stato delle istituzioni sanzionatorie e di reinserimento sociale e viaggiano di pari passo con i provvedimenti che, a monte, dovrebbero costituire il più fecondo e lungimirante deterrente alla deriva illecita.

La scuola – ancora di salvezza in luoghi e situazioni ad alto rischio di illegalità minorile è ostaggio della sua stessa crisi, stando anche al degrado etico e sovrastrutturale con cui ultimi slanci d’autore la dipingono sul grande schermo, per esempio “La scuola è finita” di Valerio Jalongo: gli edifici usurati e deturpati, gli spazi spogli e i corridoi labirintici, si differenziano a mala pena dalle squadrate, opprimenti, livide architetture dei circondariali penitenziari. Le domande poste potranno suonare a primo acchito retoriche, utopiche, banali, ma non inutili se a riconferma di tutto può essere recuperato il pensiero di una icona politica e intellettuale che in se sintetizza  dialetticamente proprio i  due termini essenziali in  “Cesare deve morire”: Cultura e Carcere. “La cultura è organizzazione, disciplina del proprio Io interiore, è presa di possesso della propria personalità e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico e la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri”.  Antonio Gramsci

 

Forse potrebbe interessarti:

  • No Related Posts

Facebook comments:

Lascia un commento!

Aggiungi il tuo commento qui sotto, oppure esegui un trackback dal tuo sito. Puoi anche iscriverti a questi commenti via RSS.

Sii gentile, rimani in argomento. Lo spam non sarà tollerato.

È possibile utilizzare questi tag:
<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Questo sito web supporta i Gravatar. Per ottenere il proprio globally-recognized-avatar, registra un account presso Gravatar.